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Indignarsi, perché? La pericolosa ambiguità dello sdegno senza sbocco

RAVENNA – Duemilacinquecento euro. Tanto vale per la compagnia d’assicurazione AXA la vita di Giulia Minola, la ventunenne bresciana morta in Germania, il 24 luglio dell’anno scorso, schiacciata nella calca della “Love Parade” di Duisburg. Altri duemila euro vale(bontà loro), per i burocrati della società assicurativa francese, l’assenza dal lavoro della madre di Giulia in quei giorni di tragedia.

Una proposta d’indennizzo che indigna, al di la dei discorsi fatti dai poveri circa l’inestimabilità della vita umana, perché conosciamo perfettamente i criteri che guidano le stime dei periti legati, oltre che all’età del defunto, anche alla sua collocazione sociale; alla posizione censuaria; alla professione e, finanche, alla posizione abitativa: sua e della sua famiglia.

Ma il fatto che ancor di più “mi” riempie di sdegno è che la proposta di risarcimento arrivi da una delle società assicurative più importanti d’Europa, controllata da quelli stessi banchieri che, gonfi di titoli del debito pubblico greco e italiano, stanno chiedendo aiuti alla BCE e ai governi europei per la loro ricapitalizzazione.

Non so come giustificarlo ma trovo “strano” che il sentimento ricorrente; il più condiviso dalla popolazione mondiale e, forse, il più unificante sia sempre più l’indignazione. Uno sdegno che – in forme epatiche più che cerebrali – sembra rappresentare sempre più lo stato d’animo della maggioranza dei “popoli delle Nazioni Unite” ma che, proprio nel momento in cui assume la collocazione di maggioranza, però, si parcellizza; si specializza; si atomizza fino a raggiungere vette di specializzazione impensate e impensabili.

Dico questo perché, quanto accaduto alla famiglia di Giulia Minola è rimasto nelle “pieghe “delle pagine di due quotidiani di provincia mentre, solo per rimanere agli “indignati” nostrani, nei giorni scorsi ho ascoltato le più articolate forme d’indignazione che hanno spaziato: dallo schifo per le retribuzioni della “casta” alla rabbia per le modalità di collocamento dei soliti figli di papà; dalla denuncia delle nuove e più “geniali” forme di precarizzazione, alla stizza per una società che non premia il merito (quasi che nella storia questa fosse una novità).

Un’indignazione schizofrenica, insomma, che partendo dal vissuto di ciascuno non serve (come fu nel movimento delle donne) a riassumere la propria condizione di sfruttamento  in un progetto di emancipazione di tutte le persone ma, semplicemente, cerca di far assumere la propria “frustrazione” come paradigma dello sfruttamento e del male assoluto tout court.

Si tratta, a ben guardare, della somma di più indignazioni – in molti casi, addirittura, antitetiche –  che non solo non produce sinergie per il cambiamento ma che può generare e, secondo me, ha già generato confusioni ancora maggiori all’interno delle quali c’è spazio per tutte le rivendicazioni, tutte le collocazioni e, ancora peggio, per ogni tipo di avventurismo e di avventurista ma non ve n’è alcuno per reali, seppur minime, trasformazioni sociali.

Non voglio, in questo senso, affibbiare alcuna responsabilità agli “indignati sinceri” anche se, a onor del vero, ritengo che il corteggiamento di tanti tra i “lor signori del potere”: da Draghi a Montezemolo; da Di Pietro a Vendola, passando per Bersani e Casini, qualche spia avrebbe dovuta accenderla. Ma come si fa a non vedere e a non capire, mi chiedo, che senza un’elaborazione collettiva; senza un luogo d’incontro “reale” e non “virtuale” in cui confrontare le reciproche indignazioni per costruirci sopra una proposta politica di cambiamento, lo sdegno resta vuota affermazione del proprio disagio e, quando si parla di disagio, ognuno reagisce come ritiene più consono alla sua formazione e alla sua sensibilità. Anche con la violenza inutile, ingiustificata e ingiustificabile.

Non mi aspettavo, quindi, dopo anni di mancata pratica sociale, di assenza di confronto e di una sede di dibattito politico, che le attuali nuove generazioni deprivate di un futuro certo, (scusate, però se dico) né più né meno di almeno altre due a loro precedenti, fossero in grado di “sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo” ma che riuscissero, almeno, a fare sintesi e, soprattutto, ad articolare un pensiero alternativo alla vulgata corrente del merito da premiare e dei debiti fatti da altri che a loro, oggi, toccherebbe pagare.

Questo si, l’avrei preteso! Mi sarebbe tanto piaciuto ascoltare, al posto dell’abiura dei debiti che non si vogliono onorare, che qualcuno avesse denunciato l’imbroglio di cui sono rimasti vittime i loro padri a cui è già stata falcidiata la pensione che truppe di lavoratori stranieri, e non loro, stanno attualmente pagando.

Con Ingrao e con Bagnasco, dunque, mi preme sottolineare che “l’indignazione non basta” perché lo sdegno, la rabbia, la stizza sono solo il primo passo verso la presa di coscienza delle cause del fallimento del sistema e del riconoscimento come “gruppo”, “categoria”, “classe” che, assunto su di se l’onere della proposta, si batte per il cambiamento e per l’inversione delle priorità e dei valori sociali.

Solo in quel momento, forse, chi deve comincerà ad aver realmente paura per la propria poltrona e la povera Giulia e sua madre, potranno sperare – se non proprio di avere giustizia – di potersi fidare di qualcuno che sentiranno vicino. Prossimo!

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