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Crisi economica, spese militari e ruolo delle Forze Armate: i conti non tornano

ROMA – Non c’è occasione che non si presti a interpretazioni che sinceramente destano più di un dubbio. Quando finiremo di riempire le cronache di discorsi retorici e lontani da una realtà che invoca ben altre considerazioni?  Partiamo dalla cronaca di un giorno che per le Forze Armate non è un giorno qualunque.  Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha presieduto alla celebrazione della Festa in Loro onore esaltandone la funzione, non mancando di inserire il tutto in un quadro che invece andrebbe rivisto e sul quale andrebbe fatta una dovuta riflessione.  

Napolitano parla a tutto campo, ricorda (come se non la vivessimo sulla Nostra pelle!) la crisi economica in atto, e non esita a definirla quasi con stupore, come la peggiore dal dopo guerra. Non fa però alcun cenno alle ingenti spese belliche che pesano come un macigno sulla testa degli Italiani, in un momento in cui si cerca di far pagare la portata di questa crisi (sistemica, ricordiamolo!) agli stessi Cittadini ed ai lavoratori in primis.  Parla di Forze Armate che “con la loro opera, contribuiscono a costruire, insieme agli strumenti militari di stati amici ed alleati, la sicurezza e la stabilità nelle aree più critiche del mondo e lungo le grandi vie di comunicazione, vitali per la libertà dei traffici commerciali”.  Siamo sicuri che sia questa l’analisi giusta?  

Criticare senza spiegare non è mai positivo e ce ne guardiamo bene.  E’ proprio per questo che vorremo tanto conoscere particolari più precisi sulle criticità di queste aree e sul modo di risolvere queste “situazioni”.  Abbiamo l’imbarazzo della scelta nel ricordarne nomi e luoghi.  Pensiamo all’Afghanistan, scenario di una guerra infinita dove proprio recentemente abbiamo assistito ad un progressivo ritiro di truppe perfino da parte delle grandi Potenze. Una Regione dove la situazione non è mutata malgrado le non poche perdite umane subite; e tra queste registriamo con dolore quella di diversi Nostri soldati, oltre tante vittime civili, ovviamente inermi. Il recente epilogo della guerra in Libia porta con sé altrettante inquietanti domande; spese esorbitanti alle quali si sono aggiunte grosse perdite sul fronte economico (Eni, gasdotto ecc…). Non si tratta di egoismo che ci porta al rifiuto del sostentamento delle Forze Armate ma del rifiuto della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra esseri umani.  Abbiamo sotto gli occhi l’esempio del fallimento dello “strumento guerra” e dobbiamo prenderne coscienza. In Afghanistan l’America ha colto al balzo l’evento dell’uccisione di Bin Laden per fuggire da una guerra in cui aveva riversato milioni di dollari senza ottenere il benché minimo risultato! Stesso discorso per altri e notissimi eventi bellici, scaturiti da logiche di interessi economici e non da nobiltà d’animo. Non prendiamoci in giro! La guerra è il fallimento della diplomazia politica o del pretesto per conquistare qualcosa. Si ottiene la pace se si porta la pace.  Le Forze Armate possono avere funzioni importanti in molti contesti, a cominciare da quelli in ambito civile. Ricordiamo con dolore il recente disastro dovuto alla pioggia in Liguria, dove sono ancora oggi all’opera volontari che rimuovono fango e macerie; e tra queste ogni tanto spunta un cadavere! Non sono i soldati che costano quanto gli armamenti, il materiale bellico e tutto ciò che ne consegue. Perché dunque voler giustificare la bontà di scelte che così tanto positive non sembrano poi essere?

“Gli scenari internazionali si caricano di vecchie e nuove tensioni”. Napolitano si è detto molto preoccupato: “Cresce l’instabilità ed emergono minacce trasversali, con il diffondersi del terrorismo e di movimenti eversivi transnazionali, la caduta di regimi autoritari pluridecennali e l’insorgere di forme antistoriche di radicalismo politico e religioso”. Vorremo però ricordare che il terrorismo cresce e prolifera  laddove c’è un terreno di coltura che lo favorisce, e la risposta a questo non può essere il ricorso al conflitto bellico. In Afghanistan la guerra ai presunti terroristi è stata persa.  Così come non possiamo dimenticare quello che a suo tempo accadde in Vietnam, oppure in Iraq dove neppure oggi si può affermare di aver raggiunto la pace. Agitare lo spettro del terrorismo ogni qualvolta c’è presenza di interessi in ballo è estremamente riduttivo.   

L’Eta in Spagna, ha potuto combattere per oltre 40anni e ha deposto le armi solo quando si è aperto uno spiraglio politico che le consentisse di avere una rappresentanza autonoma. Sono decine e decine gli esempi da poter citare e mai la risposta ad uno di questi può essere vista attraverso la prospettiva di un conflitto bellico. L’industria bellica è fonte di enormi guadagni, ed è la sola vincitrice in queste situazioni. Citare la crisi, mondiale, strutturale e vogliamo ricordare, indice dello sgretolamento di un sistema sociale ed economico che chiede a gran voce un’alternativa, è quanto mai inappropriato.  Padre Alex Zanotelli ci ricorda un dato che non può essere ignorato; solo nel 2010 l’Italia ha speso per la difesa 27 miliardi di euro! Oltre 50 mila euro al minuto, 3 milioni all’ora e 76 milioni al giorno. Nei prossimi anni il governo ha deciso di spendere altri 17 miliardi di euro per acquistare 131 cacciabombardieri F 35.  Bè, allora non siamo poi così tanto visionari!?  Il ruolo delle Forze Armate può essere ripensato, nessuno vuol mostrarsi ostile, ma in un’ottica ben diversa da quella intesa oggi, e soprattutto visto che neppure i numeri sono confortanti a tal punto da giustificare uscite che somigliano molto di più a cannonate sparate sulla Croce Rossa…

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