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Chi specula sulla crisi e perché

ROMA – Sarà l’effetto contagioso prodotto dal ghigno beffardo di Sarkozy, irriso a sua volta dalle smorfie buffe e canzonatorie di Ferrara, ma non si intravedono validi motivi per ridere.

Se qualcuno ha interesse a nascondere il capo sotto la sabbia, alla stregua degli struzzi, è padrone di farlo, ma se ne deve assumere ogni responsabilità politica e personale. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. E non addebiti ad altri colpe che sono proprie.
Analogamente, rispetto alle infamie che screditano l’Italia, è giusto additare al pubblico ludibrio qualche goliardico e  che si autodefinisce “premier a tempo perso”, non il solito capro espiatorio dei “comunisti che infangano il proprio Paese”. E’ un alibi troppo comodo ed è un atto di grave disonestà intellettuale.
L’atteggiamento di chi persevera, con ottusa e colpevole ostinazione, nell’intento di negare l’evidenza della crisi, equivale a prolungarne e aggravarne gli strascichi dolorosi.
E’ indubbio che chi specula cinicamente sulle tragedie di una nazione può agire in mala fede affinché non si risolvano i problemi estirpandoli alla radice, per lucrare meglio.
Ma chi sta speculando sulla crisi del debito sovrano? Vediamo alcune ipotesi plausibili.

Tutti sanno che lo stato italiano detiene il controllo di grandi aziende pubbliche e dispone di quote azionarie consistenti di imprese private (si pensi a colossi come ENI, ENEL, ecc.), che sono bocconi assai appetitosi per il grande capitale multinazionale. Ma non tutti sanno che un’altra ricchezza economica è il vero, principale bersaglio dell’assalto speculativo messo in atto contro l’Italia, vale a dire le sue cospicue riserve auree, che ammontano a circa 2.451,80 tonnellate. Infatti, l’Italia possiede la terza maggior riserva d’oro al mondo, subito dopo gli Stati Uniti e la Germania. E non è poco.
Un’altra interpretazione potrebbe riguardare l’esistenza della moneta unica europea e le sue implicazioni più controverse. Non a caso, oggi è sotto attacco. Ma ciò che induce a riflettere è l’eccessivo allarmismo, fondato solo in parte, a cui stiamo assistendo.

Già in passato (si pensi, ad esempio, agli anni ’70) l’Italia ha conosciuto periodi di drammatica austerità e crisi economica, con un tasso di inflazione assai elevato, i BOT attesati oltre il 20% e lo spread, di cui all’epoca non si parlava, che aveva raggiunto cifre considerevoli. Il debito pubblico era già mostruoso, mentre il livello di crescita economica non ha mai oltrepassato il 3%. L’unica differenza era la presenza della lira al posto dell’euro, eppure non si è mai parlato di default. Cioè di fallimento di uno Stato.
Oggi i BTP sono al 6%, l’inflazione è sotto il 3%, e si paventa la bancarotta per l’Italia.

Ebbene, quale sarebbe la differenza? Qualcosa non convince e si avverte un intenso e micidiale odore di truffa. Una probabile spiegazione potrebbe essere che negli ultimi anni l’ascesa dell’euro abbia disturbato e minacciato lo strapotere del dollaro, per cui oggi l’euro è insidiato nei suoi “anelli più deboli”, vale a dire Grecia, Portogallo, Italia.
Non c’è dubbio che le analisi formulabili siano molteplici e forse controverse, magari complementari e integrabili tra loro, ma è altrettanto innegabile che sia in corso una spietata guerra monetaria tra il dollaro e l’euro. La crisi globale del capitalismo ha semplicemente acuito e accelerato le dinamiche conflittuali e le contraddizioni latenti.

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