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Prigionieri nel Sinai: i difensori dei diritti umani sono più forti dei trafficanti

ROMA – A che cosa servono le azioni dei difensori dei diritti umani? A che cosa servono azioni e campagne, rapporti e denunce, contatti con le istituzioni e i media, nel corso di tali operazioni? A volte, purtroppo, non sono sufficienti ad evitare tragedie umanitarie né a salvare vite umane.

Non è questo il caso, però, della lunga campagna che il Gruppo EveryOne e le altre ong impegnate a tutelare i diritti dei profughi subsahariani hanno condotto a difesa dei migranti nel nord del Sinai. Grazie all’enorme mole di testimonianze, resoconti, fotografie, video e prove, i difensori dei diritti umani hanno salvato centinaia di vite, nel governatorato del Nord del Sinai. Grazie alla continua presenza mediatica, alle risposte sempre efficaci delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Grazie al lavoro di organizzazioni preparate coraggiose come New Generation Foudation for Human Rights, ICER, Agenzia Habeshia, Ong Gandhi e di altre piccole e grandi organizzazioni, tanti esseri umani destinati al mercato nero degli organi, alle atrocità nei covi dei trafficanti, alla disumana condizione di detenzione nelle carceri egiziane, a una deportazione senza speranza sono stati salvati. Questa realtà non attenua il dolore per le tante vittime né per il calvario passato da tanti giovani rifugiati.

Tuttavia, siamo convinti che ogni vita salvata sia un grande miracolo, un passo importante verso una società umana senza più violenze, prevaricazioni, discriminazioni e ingiustizie. Mercoledì 9 novembre 2011, anche se i media non ne hanno parlato, si è realizzato un altro miracolo. Dopo che la vicenda dei prigionieri del Sinai è stata diffusa dalla CNN, in un documentario che il network ha realizzato in collaborazione con EveryOne e New Generation Foundation for Human Rights; dopo la diffusione della realtà del traffico di esseri umani e organi, degli omicidi e degli stupri, dei crimini commessi dalle guardie di frontiera egiziane sui più importanti quotidiani del mondo e, finalmente, anche attraverso i media egiziani (dal Daily News Egypt alla TV di stato), si è concentrata una tale attenzione sul governatorato del Nord del Sinai da rendere davvero duro lo sporco lavoro dei trafficanti. Sono tutti lì, i media del mondo, ad Arish, Gorah, Rafah.

Indagano, fanno domande, perlustrano le città, alla ricerca dei container sotterranei e dei gruppi di subsahariani nelle mani degli “smuggler”. I nomi dei criminali sono su mille labbra: Abu Kahled, Abu Ahmed, Abu Abdellah, la famiglia Sawarka. Nel contempo, l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, lo Special Rapporteur sul Traffico di Esseri Umani, il Commissario Ue per i Diritti Umani, il Comitato Europeo contro  la Tortura e decine di parlamentari ed europarlamentari, di ong e intellettuali inviano lettere di protesta e denuncia alle autorità egiziane e internazionali. In questo clima, molti capi-trafficanti hanno avuto paura di essere perseguiti dalle autorità e – mercoledì 9 novembre 2011 – hanno deciso di liberare numerosi gruppi di profughi che detenevano. Li hanno liberati al confine con Israele: 100 da Arish, 200 da Rafah, 50 da Gorah e così via, fino a raggiungere il numero di 600, secondo i numeri diffusi dall’UNHCR. 600 esseri umani destinati a un futuro terribile, spesso alla morte, sono ora liberi, grazie all’attivismo umanitario e ai difensori dei diritti umani che non si arrendono mai, neanche di fronte a un silenzio e a un’indifferenza che sono durati anni. Ora il Gruppo EveryOne ha chiesto all’Alto Commissario per i Rifugiati di vigilare affinché questi profughi siano tutelati e reinsediati nell’Unione europea, senza che possano correre il pericolo di una deportazione. Non vi sarà sicurezza per loro, finché tale eventualità non sarà scongiurata.

Tuttavia, anche se non dobbiamo allentare la guardia, possiamo essere soddisfatti per i risultati che il nuovo attivismo – quello che usa internet, ma si espone anche in prima persona, correndo gravi rischi per salvare vite umane – ottenga oggi in un mondo tormentato e ancora lontano da un ideale di pace e giustizia sociale.

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