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Cronaca dal passato. Un cold case ante litteram. Il mistero della mano ritrovata

VENEZIA – La razza di cani chiamata Bloodhound, conosciuta maggiormente come “cani molecolari” diventati tristemente famosi nel caso di Yara, sono oggi uno delle risorse a disposizione degli investigatori quando c’è la necessità di localizzare una persona scomparsa.

Per ritrovare i resti umani, però, oggi abbiamo a disposizione anche aerei con detector a raggi infrarossi, geo-radar, sensori elettromagnetici e sensori biologici. Ma di tutto questo non esisteva nulla all’epoca dei fatti di cronaca che andrò a raccontare tratti da un fascicolo processuale della Quarantia Criminal presso l’Archivio di Stato di Venezia.

Sono le nove della mattina del 20 gennaio 1745. L’aria è fredda ma per fortuna non c’è troppa nebbia. Giovanni, di professione pescatore, sta sistemando le reti nella barca. Lui abita al ponte delle Pizzocchere a Santa Maria Maggiore ma quella mattina si trova nei pressi del purgo vicino alla casa Businello a S. Croce. Oggi quei posti sono completamente trasformati e sono conosciuti come l’area di Piazzale Roma dove si giunge con la macchina prima di addentrarsi a piedi tra calli e campielli. Un barcaiolo che abita li gli sta spiegando che ha perso una caldiera poco distante e la vorrebbe ritrovare. Ma cos’è una caldiera? definita anche caldaio o caldaia è un vaso di rame usato in cucina. Giovanni sa bene che se quel vaso è finito sul fondo del canale di sicuro lo tirerà su con la rete. Prende la barca e si allontana un po’ dalla riva per poter coprire una zona maggiore. Getta la rete fuori della barca, poi con gesti esperti di chi vive del proprio mestiere, tira la rete a bordo, facendo attenzione. E’ fortunato, vede subito che dentro c’è qualcosa, ma quando afferra l’oggetto si rende conto inorridito che quello non è il vaso che cercava, quell’oggetto è una mano umana in putrefazione con quattro dita. Con decisione voga fino alla riva e, senza badare troppo alla gente che stava osservando la scena, si dirige verso la chiesa di Santa Croce dove avvisa il parroco di chiamare subito il Capo Sestiere.

Passano alcune ore, nel frattempo il Capo Sestiere ha avvisato il magistrato della Quarantia Criminal, l’avvogadore Donà, il quale invia subito i suoi due migliori chirurghi: Nicolò Manoni, chirurgo alla pubbliche infermerie delle prigioni di San Marco e Gaetano Sartori. Il resto umano è stato portato nella scuola adiacente la chiesa. Quando la osservano si rendono conto che davanti a loro c’è la mano sinistra di una donna. Studiano a lungo il resto e il giorno successivo stilano la loro relazione. Mano di donna, di colore bianco, senza alcun segno di contusione ne di ferita, separata tra il carpo ed il metacarpo. Specificano bene che “senza che di tal separazione se ne possa dar colpa alla putrefazione i perché gli altri ligamenti sono tutti fortissimi”. Per loro, infine, la mano è stata recisa da un mese in circa. Quindi siamo di fronte ad un resto che proviene da un corpo fatto a pezzi. Un caso di occultamento di cadavere?
Si interroga l’unico testimone del ritrovamento: Giovanni il pescatore.
La prima domanda che gli pongono è cosa diceva la gente sula riva quando lui trovò la mano.  
-Signore io son un po’ sordo, non ho sentito ma tutti si stupivano.
-L’acqua era calante o crescente ?
-L’acqua veniva dal mare era crescente.
-Come mai secondo te c’era una mano li?
-Non lo so, può esser che fosse in fondo dell’acqua e può darsi che sia stata portata dall’acqua o gettata in detto luogo.
-Hai mai pescato li?
-No, e non credo che lo abbia mai fatto nessuno.
-Chi c’era sulla riva?
-C’era il suddetto barcaiolo che abita a Santa Maria Maggior, il barcaiolo di Ca’ Businello di nome Checo, ed altre persone che non conosco.
E con questa domanda si chiude l’interrogatorio, quello che si evince dalle domande è che i magistrati cercarono prima di tutto di capire se i resti erano stati gettati in canale e a quel punto se l’assassino fosse tra la folla a vedere il ritrovamento, magari preoccupato di essere scoperto. Date le correnti, però, la mano poteva arrivare da qualsiasi punto della città. Sicuramente fecero un controllo delle persone dichiarate scomparse ma dobbiamo considerare che nella metà del Settecento non esisteva un vero e proprio censimento e nemmeno un controllo troppo rigido di chi entrava ed usciva dalla città. Nel fascicolo processuale non c’è altro, non furono condotte ulteriori indagini e non ci furono altri interrogatori. Non fu mai ritrovato il resto del corpo e la mano fu probabilmente sepolta nel cimitero della chiesa della Croce. Dopo alcune settimane la documentazione fu archiviata diventando quello che noi oggi chiameremmo un “cold case”, nel senso letterale del termine “casi freddi”, un potenziale omicidio lasciato nel dimenticatoio perché nuovi e urgenti problemi si affacciavano continuamente alle porte della Serenissima.

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