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Bossi e le vere ragioni delle dimissioni di Berlusconi

 

Umberto Bossi ieri ha dichiarato: “Berlusconi ha lasciato perché le sue aziende erano sotto ricatto”. Secondo il leader della Lega, le aziende di Berlusconi continuavano a perdere moltissimo in borsa e, alla fine, lui si è convinto che i mercati internazionali oramai scommettevano contro la sua permanenza a Palazzo Chigi e che se non se ne fosse andato, probabilmente il suo patrimonio avrebbe subito un colpo esiziale. Berlusconi ha smentito l’ipotesi e ha ribattuto che le sue dimissioni sono soltanto frutto di altruismo. Avrebbe potuto non darle perché non era stato ancora sfiduciato dal Parlamento ma ha preferito farlo per salvare l’Italia.

Ora, per quanto generalmente diffidiamo di quanto asseriscono gli esponenti della Lega e, quindi, in particolar modo del suo anziano e malandato leader, non c’è alcun dubbio, secondo noi, che le cose siano andate esattamente come dice Bossi. Nei giorni precedenti il colloquio con Giorgio Napolitano, durante il quale Berlusconi promise le sue dimissioni dopo l’approvazione della legge di stabilità, fonti giornalistiche hanno riportato che il socio banchiere Ennio Doris lo avrebbe invitato a dare le dimissioni proprio per salvare le loro aziende. Secondo le stesse dichiarazioni pubbliche di Piersilvio Berlusconi dopo le dimissioni del padre, l’impegno politico del fondatore della Fininvest aveva recato soltanto danni al fatturato del gruppo, confermando, implicitamente, che la famiglia era favorevole al suo trasloco da Palazzo Chigi. A parte la scarsa credibilità della prima parte di queste dichiarazioni (il conflitto di interessi di Berlusconi ha giovato grandemente alle sue televisioni in termini di fatturato, anche in periodo di crisi economica), si fa una qualche fatica a credere che una decisione così importante come quella di rinunciare al governo dopo diciassette anni di premierato effettivo o ricercato sia stata presa “per il bene dell’Italia”. L’impegno politico di Silvio Berlusconi, le sue azioni di governo, le sue proposte di legge non sono mai state assunte per tutelare l’interesse collettivo, anche perché, volendo pure salvare la sua buona fede, glielo impediva il suo enorme conflitto di interessi, il quale non rendeva mai “neutra” qualsiasi decisione in qualsivoglia materia. E quindi ha ragione Bossi: lui si è dimesso per non rimetterci una vagonata di milioni di euro.

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