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Guccini sbanca il Palaturismo di Iesolo. Il pubblico: “Non ci puoi lasciare”

IESOLO (VENEZIA) – Quattromila persone, sabato 26 novembre al Palaturismo di Jesolo, per il concerto di Francesco Guccini. Una folla davvero trasversale per età e per provenienza, il pubblico che ama Guccio, pubblico che già alle 19, ora di apertura dei cancelli, riempie lo spazio davanti al palazzetto.

Tanti, tantissimi i ragazzi, a occupare il parterre e, sulle gradinate, tutti quelli che, in questi trent’anni e oltre, hanno ascoltato, cantato e suonato i pezzi del Maestrone. C’è chi arriva da Lecco, come Anna e Giuseppe, sui cinquanta entrambi, che domani resteranno a Jesolo, a passeggiare sulla spiaggia. Luca è partito alle cinque del mattino da Salerno, non aveva trovato il biglietto per il concerto di Bologna e ha dovuto ripiegare qui.
Angelo e i suoi compagni di Padova mangiano taralli, mandaranci, panini preparati a casa nel pomeriggio, come a un picnic. Atmosfera festosa, di attesa, ma anche una sottile tristezza, perché dopo Jesolo e Bologna, sarà tutto finito. Forse. “Non ci puoi lasciare” grida un cartello.
E infatti, eccolo arrivare, alle nove e cinque minuti, con la sua massiccia persona, la camicia blu, enorme, le braccia bianche che spuntano per un terzo dalle maniche. E’ lui, è davvero lui. E parla con quel vocione inconfondibile che è tutt’uno col suo corpo. Dice Grazie e sembra scuotere le mura del palazzetto. Poi, si complimenta per questo nuovo governo, il governo tecnico, che di sicuro saprà risolvere con più efficacia  di un governo politico il problema dello sciacquone del suo bagno. Non trascura di informarci sui prezzi dei voli per Ibiza, due biglietti 150 euro con mastercard. O un anellino ricordo per la fidanzata, trovato nell’uovo di Pasqua, 56 euro, con mastercard. O ancora, un biglietto allo stadio, per una partita, 150euro, con mastercard. Vedere, però, Berlusconi che si dimette, Brunetta che non è più ministro, La Russa che non è più ministro, non ha prezzo.

Dall’ovazione che segue, parte Concerto per un’amica, con Francesco alla chitarra, che poi abbandonerà,  per riprenderla solo all’ultimo pezzo, La locomotiva. Il gruppo è rodato. C’è un affiatamento totale con i compagni di musica di una vita: Vince Tempera, Ellade Bandini, “Flaco” Biondini, e la voce di Francesco è sempre quella di quarant’anni fa.”Lettera”, per ricordare gli amici che non ci sono più, e poi “Il frate”, “Amerigo”, “Il pensionato”,  “Canzone per Piero”, omaggi a quelli che Francesco chiama i vinti della vita. Un’ombra di malinconia, ma Guccini è uomo di spirito. “Mi dicono, tu scrivi solo di cose tristi. D’altra parte quando uno è felice e contento, fa altre cose, no? E comunque anche la Divina Commedia è piena di sfighe”. Ricorda la volta in cui tentava di tradurre “Noi non ci saremo”, a un’amica inglese, scatenando risate nella platea. Forse Augusto avrebbe saputo farlo, dice. Poi, via, con Autogrill, Farewell, Quattro Stracci, perché Guccini sa anche scrivere d’amore, che sia vissuto o solo immaginato. Su in collina, un bellissimo pezzo sulla Resistenza, e poi  Canzone dei dodici mesi e Canzone di notte n. 2.  Tra un pezzo e l’altro, Francesco racconta la sua vita, come se si fosse tutti seduti attorno a un tavolo, il bicchiere di vino in mano.
Sulle note di Eskimo, come a un silenzioso comando, tutti in piedi sul parterre e dalle gradinate si scende di corsa per stare più vicini a quell’uomo, che ancora trascina, a settant’anni passati. Bisanzio, Cyrano e Dio è morto scaldano l’aria, che diventa, poi, vapore bollente con La locomotiva.
Trionfi la giustizia proletaria, trionfi la giustizia proletaria, trionfi la giustizia proletaria, urlata al cielo, i pugni alti, come una supplica, mentre le luci si accendono un po’ alla volta, a ricordare che la serata è chiusa  e che non ci sarà un bis.
Francesco saluta, Ciao, e di nuovo tremano le pareti del Palaturismo. Tra gli applausi, scende dal palco e se ne va, senza girarsi indietro. Quasi due ore e mezza, a raccontare storie, con la musica e senza, in un dialogo intimo con un pubblico che non vuole rinunciare a lui. Che grida ancora come quel cartello “Non ci puoi lasciare”.

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