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Giorni di neve, giorni di sole di Fabrizio e Nicola Valsecchi

ROMA – La prima cosa rara di questo libro la si trova nella quarta di copertina in cui viene reso noto che gli autori sono due gemelli che scrivono a quattro mani. Il lettore, leggendo questo lungo racconto, non se ne renderà conto, anche perché, il narratore è anche il protagonista e quindi questa polifonia non si ‘sente’.

Le virgolette sul verbo sentire sono state poste appositamente per due motivi essenziali: il primo è per distinguere bene il verbo ‘sentire’ dal verbo ‘udire’. Nella lingua castigliana non c’è la confusione che invece esiste nell’italiano in cui i due verbi si sovrappongono: noi diciamo comunemente “hai sentito?” intendendo “hai udito?” gli ispanici no. Nella lingua usata dai popoli di lingua spagnola, il verbo ‘sentir’ ha un significato univoco ed esprime un moto interno, una sensazione intima capace di decifrare la realtà umana invisibile.

Il secondo motivo è che questo ‘sentire’ , che appartiene esclusivamente agli individui della specie umana che hanno saputo, nonostante i naufragi della vita, mantenere un’umanità di fondo, si avverte molto nel romanzo. Il protagonista di ‘Giorni di neve, giorni di sole’ è senza dubbio uno di questi individui che ‘sentendo’  l’umanità e la disumanità le sa distinguere, e quindi separare nettamente, quando le incontra. Vi sono alcuni paragrafi in cui il protagonista osservando il comportamento di alcune persone sa ‘vedere’ i loro sentimenti celati. Ad esempio stando in aereo egli nota l’anaffettività di un uomo nei confronti dell’anziano genitore perché, nell’udirlo dire “papà”,  ‘sente’ il suono della parola “vuoto e impersonale”.

Verrebbe da dire che questa sensibilità nel ‘sentire’ vale anche per chi ha scritto questo libro commovente che sa far vibrare corde profonde. Scriveva Erich Auerbach nel suo studio sul realismo nella letteratura occidentale, ‘Mimesis’, che pochi passi dell’Amleto, della Fedra o del Faust dicono molto di più sulla personalità di Shakespeare, Racine e Goethe, che non interi corsi universitari monografici che trattino in modo sistematico la loro vita e le loro opere. E questo vale anche per alcuni passi di questo libro in cui l’umanità degli autori tinge le pagine che appaiono scarne solo perché è stato tolto il superfluo.
La storia narrata in questo libro mostra un italiano ottantenne che lotta perché il ricordo della figlia, uccisa crudelmente insieme ad altri trentamila desaparecidos argentini, rimanga vivido e serva da monito e da insegnamento alle generazioni future. Per far questo percorre la strada del ritorno dove i ricordi vengono limati dal divenire dell’umano sino a divenire memoria affettiva lasciando la tirannia della realtà obiettiva nell’ombra.
I libri di Horacio Vertbinsky ‘Il volo’, citato nella postfazione di questo volume, e ‘L’isola del silenzio’, narrano la cronaca oggettiva della tragedia dei desaparecidos durante la dittatura militare finita nel 1983. Il grande giornalista argentino racconta come questo genocidio sia stata preparato, dice chi furono i mandanti, i complici, gli esecutori delle torture e degli omicidi, ma , necessariamente, si ferma al confine del dolore.
Il protagonista-voce narrante oltrepassa quel confine facendoci ‘sentire’ tutta l’angoscia e il dolore di un padre al quale una notte gli viene sottratta la luce dei suoi occhi: la figlia Patricia, una ragazza di ventun anni. Al padre della ragazza paralizzato dall’orrore gli aguzzini lasciano la nipotina Marianna di pochi giorni che diventata adulta saprà cantare il suo amore per la madre perduta nelle splendide poesie che scriverà ogni anno nel giorno della scomparsa per trasformare la sua assenza in presenza: “Sono un’assenza che ritorna/ogni volta profonda e presente. /Sono un vuoto che riempie di voglie./Sono una voce che non grida;/parla pian piano all’udito,/che accompagna/ e che guida”.

Per poter recuperare la vitalità psichica perduta nella sua tragedia personale, il protagonista ritorna nel luoghi della sua nascita, in un paesino sul lago di Como dove rincontra gli occhi neri di sua figlia incastonati nel viso d’ambra di una bambina che parla italiano con accento straniero. Li aveva tanto cercati quegli occhi elemosinandoli nei palazzi del potere oligarchico e teocratico: questure, commissariati, parrocchie, vescovado. In quei luoghi non aveva trovato quegli occhi. In quei luoghi aveva trovato solo orbite vuote e maschere che rappresentavano falsamente lo stato di diritto e ‘l’amore cristiano’.
Come racconta anche Vertbinsky nei suoi libri, la Chiesa cattolica non fu solo complice ma artefice di quel genocidio che fece impazzire di dolore le madri dei desaparecidos che scrissero questa famosa lettera a Woytjla protettore di iene voraci dello stampo di Pinochet e di Videla, : “Noi, la Associazione Madres de Plaza de May supplichiamo, chiediamo a Dio in una immensa preghiera che si estenderà per il mondo, che non perdoni Lei signor Giovanni Paolo II, che denigra la Chiesa del popolo che soffre, ed in nome dei milioni di esseri umani che muoiono e continuano a morire oggi nel mondo nelle mani dei responsabili di genocidio che Lei difende e sostiene, diciamo: No lo perdone, Señor, a Juan Pablo Segundo”.

Il dio evocato dal protagonista, nel quale egli aliena la propria speranza di una vita migliore, non è lo stesso di quei cappellani militari che convincevano i marinai reticenti e angosciati, a torturare e ad uccidere ragazze e ragazzi, dicendo loro che “separare l’erba buona da quella cattiva” era un precetto biblico da applicare senza nessun senso colpa.
Il dio immaginato da quel padre disperato non era lo stesso dio per il quale, secondo alcuni vescovi argentini, si doveva eliminare la parte migliore del paese che voleva: “…sovvertire l’ordine cristiano, la legge naturale o il progetto del Creatore”.
Il dio del protagonista, non può che essere come lui che lo ha creato, impotente di fronte a tanto orrore e determinato a conservare, per sé e per gli altri, l’immagine dell’umanità di Patricia.

Marna Editrice – pagg. 128 – Euro 12,00

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