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Green Economy e Comuni contro la crisi

ROMA – Mentre nel 2010 crescono disoccupati e inattivi e gli stipendi dei parlamentari aumentano del 15% (fonti ISTAT), il rapporto promosso dalla FISE (l’Associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del recupero rifiuti conosciuta come “L’Italia del Riciclo”) e dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile consegna  un quadro confortante relativamente allo stesso anno.

Il giro d’affari è aumentato del 40% rispetto all’anno precedente, con uno scatto che non solo recupera le perdite del 2009 ma le supera persino. Nel flusso di materiali avviati al riciclo, la vendita di rottami ferrosi, alluminio, carta, legno e vetro è sempre in aumento. Un altro rapporto, quello di Green Italy, reso pubblico pochi giorni fa, evidenzia come la profondità degli effetti della crisi ha posto molte imprese di fronte alla necessità di un radicale ripensamento del proprio modello di sviluppo, tanto che quasi un’impresa su quattro (il 23,9% del totale, ovvero circa 370mila imprese, 150mila industriali e quasi 220mila dei servizi) ha realizzato negli ultimi tre anni, o realizzerà entro quest’anno, investimenti in prodotti e tecnologie che assicurano un maggior risparmio energetico o un minor impatto ambientale. Tra il 2008 e il 2011, negli anni della crisi, in Italia quasi il 24% delle imprese ha investito (o investirà) nella green economy; per l’anno in corso il 38% delle assunzioni programmate dalle imprese riguarda le figure professionali legate alla sostenibilità. (Rapporto GreenItaly 2011, presentato il 13/12/2011 nella sede di Assolombarda a Milano dalla Fondazione Symbola e Unioncamere).

Sostenibilità fa anche rima con opportunità: opportunità di lavoro per chi decide di investire. Il settore “ambientalmente corretto” vive un momento di grande attenzione da parte del mondo produttivo, lo conferma anche l’esperienza della Comune 2.0 – Gemeinwohl-Oekonomie di Vienna. Agisce in riunioni, in incontri pubblici e online. Niente caccia al profitto, ci si giudica in base alla gioia del lavorare insieme e alla qualità della vita. Oltre al rispetto dell’ambiente le 400 aziende che hanno aderito all’iniziativa, puntano sulla cooperazione e sono intenzionati a creare un nuovo tipo di economia, equa, solidale, in cui il benessere sia prioritario. Un’economia per il bene comune. Che siano modisti o imprenditori aderenti al movimento la parola d’ordine è Fair Trade, niente inquinamento niente sfruttamento. Il fondatore Christian Felber è sicuro che entro il 2013 riuscirà a fondare una banca solidale ed etica.

Gli unici che sembrano non accorgersi del trend positivo generato da queste nuove iniziative sembrano essere gli addetti ai lavori e i governanti (come al solito). Ne dà conferma la poco brillante conclusione a Durban della diciassettesima e settima conferenza rispettivamente della Convenzione ONU sul clima e del protocollo di Kyoto, in cui si è raggiunta in extremis un’intesa: l’Europa e pochi altri paesi parteciperanno dal 2012 alla fase 2 del protocollo di Kyoto. Il Canada si chiama fuori, dichiarando onestamente che subire sanzioni e restrizioni in un momento economico così difficile è impensabile. Del resto fino a quando i principali responsabili di emissioni di anidride carbonica (tra i paesi non aderenti figurano gli USA, cioè i responsabili del 36,2% del totale delle emissioni) non avranno aderito ai vincoli per l’adesione ad un sistema che preveda dei meccanismi di sviluppo puliti, difficilmente si assisterà ad un reale cambiamento per limitare il riscaldamento globale.
Le logiche legate ad un’economia capitalista e di ultraconsumo sono da tutti i punti di vista destinati al totale default. Per fortuna sembra che ci sia spazio per il nuovo.

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