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Atresia biliare, per chi deve essere trapiantato la madre potrebbe essere donatore migliore del padre

Lo dimostra un ampio studio retrospettivo mondiale condotto dall’Università della California

ROMA – L’atresia biliare (BA) è un difetto raro, di origine sconosciuta, che si manifesta nel periodo neonatale. È la causa più comune di ittero chirurgico colestatico in questa fascia di età, non è ereditaria e la causa non è nota. La diagnosi viene sospettata in presenza di ittero neonatale, feci discromiche e epatomegalia. I successivi accertamenti consentono di verificare lo stato delle vie biliari e di escludere altre cause di ittero colestatico neonatale. Il quadro istopatologico mostra di solito un danno infiammatorio dei dotti biliari intra- ed extraepatici, con sclerosi e restringimento o addirittura occlusione dell’albero biliare. Questa condizione, se non trattata, esita nella cirrosi e nella morte nel primo anno di vita. Non è attualmente disponibile una terapia farmacologia efficace; una volta che la BA è stata sospettata, deve essere eseguito al più presto, nel periodo neonatale, un intervento chirurgico (portoenterostomia di Kasai), in maniera da ripristinare il flusso biliare verso l’intestino. Nel caso in cui l’intervento di Kasai fallisca o insorgano le complicazioni cirrotiche, può essere necessario il trapianto di fegato. È proprio per questi casi meno sfortunati che dalla California arriva una notizia interessante: se il donatore è la madre la tolleranza è migliore rispetto alla donazione paterna.

La scoperta viene da uno studio retrospettivo, pubblicato sull’American Journal of Transplantation e condotto dall’Università della California (UCSF). I ricercatori hanno  rivisto tutti i trapianti di fegato pediatrico in tutto il mondo nel periodo tra il 1996 e il 2010 e ne ha analizzato gli esiti distinguendo coloro che avevano ottenuto il fegato dalla madre e coloro che le avevano avuto invece dal padre. Gli scienziati credono ora che una delle ragioni per le quali  gli innesti materno – forniti risulta migliore possa essere la presenza di grandi proporzioni di cellule materne nel fegato dei pazienti’. La prevalenza di queste cellule apparentemente aiuta a sviluppare tolleranza agli antigeni materni.    
”Questo risultato è interessante perché supporta il concetto che il traffico delle cellule tra la madre ed il feto ha un significato funzionale molto tempo dopo la fine della gravidanza. Questo è un argomento che stiamo studiando attivamente sia in modelli animali e che in pazienti che si sottopongono a chirurgia fetale. In pratica, questo studio ci può permettere di dare una migliore consulenza alle famiglie quando si deve determinare il donatore”, ha commentato l’autore senior, Tippi MacKenzie professore assistente di chirurgia pediatrica presso UCSF.     

I ricercatori hanno anche dimostrato che i bimbi affetti da atresia delle vie biliari che hanno ricevuto trapianti di fegato dalle loro madri erano andati incontro ad un fallimento nel 3,7 per cento dei casi, rispetto al tasso di fallimento del 10,5 per cento dei casi laddove il donatore era il padre. Tuttavia, nel caso di impianti per altre malattie del fegato, non sembra esserci alcun cambiamento negli innesti materno e paterno. Saranno dunque necessaria ulteriori indagini soprattutto sul transito di cellule dalla madre al feto durante la gestazione.

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