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Cina. Foxconn: disputa sui magri salari. Lavoratori sul piede di guerra

PECHINO (corrsipondente) – E` ancora Foxconn sulle prime pagine dei quotidiani internazionbali: proprio ieri il principale fornitore di componentistica dei colossi dell`elettronica quali Apple, Nokia e Dell, ha reso noto di aver risolto la disputa sui salari che la settimana scorsa ha surriscaldato l`atmosfera nello stabilimento di Wuhan, regione dello Hubei.

Nelle prime ore della mattina dell 4 gennaio, circa 150 operai hanno protestato contro i magri stipendi e il trasferimento di alcuni lavoratori in un’altra unità dello stesso stabilimento. La controversia si e’ conclusa pacificamente, e l’attività produttiva e’ tornata alla normalità, ma 45 operai hanno preferito presentare le proprie dimissioni, come reso noto giovedì da un comunicato rilasciato dalla società Taiwanese. Solo una manciata di mosche bianche se si pensa che l’impianto di Wuhan è alimentato da una forza lavoro di 32.200 dipendenti.

Dalle strade di Wukan ai tetti di Wuhan, la protesta degli operai della catena di assemblaggio di XBox 360 (creatura di Microsoft), e` stata contraddistinta da nuove minacce di suicidi di massa da parte dei lavoratori, che, esausti di essere sottoposti a condizioni di lavoro durissime in cambio di stipendi irrisori, hanno messo alle strette l`amministrazione della compagnia minacciando di gettarsi dai tetti della fabbrica.

In cima alla lista delle richieste, il rispetto delle condizioni stabilite secondo contratto: uno stipendio di circa 450 dollari al mese, straordinari inclusi -del quale avrebbero visto solo i due terzi- secondo quanto raccontato telefonicamente da uno dei partecipanti alla rivolta pacifica. Molte anche le voci contrarie al trasferimento dallo stabilimento di Shenzhen, il piu’ grande detenuto dalla Foxconn in Cina, a quello di Wuhan; un provvedimento in linea con la nuova tendenza delle fabbriche operanti nella mainland di spostarsi verso le zone piu’ interne e piu’ economiche del Paese.

“Le proteste sono durate otto ore e hanno coinvolto piu di cento persone” ha raccontato l’uomo il quale ha preferito rimanere nell’anonimato, temendo ritorsioni da parte della società. “Era una giornata molto fredda. Alcune delle donne salite sul tetto non hanno resistito al gelo e hanno perso i sensi.”

Giovedì il gigante dell`informatica Microsoft- che proprio alla fabbrica di Wuhan ha affidato l`assemblaggio della sua console Xbox 360- ha dichiarato che sta effettuando delle indagini sull`ultima protesta messa in atto dai dipendenti della Foxconn. “Teniamo molto in considerazione le condizioni di lavoro all`interno degli stabilimenti che si occupano dei nostri prodotti, pertanto stiamo studiando attentamente il problema.”

Ma secondo quanto emerso dopo una lunga discussione con gli operai e i manager della societa’,- scrive Bloomberg- il malcontento che imperversa negli stabilimenti della Foxconn e’ da imputarsi principalmente alle politiche di rilocalizzazione e alle modalità di gestione del personale piuttosto che alle condizioni di lavoro dei dipendenti.

Wang Guangzhou, researcher presso l`Accademia cinese di Scienze Sociali, ha spiegato al Global Times come la societa’ taiwanese dovrebbe seriamente pensare di cambiare le proprie strategie gestionali per rimanere al passo con i tempi. Nell`Impero di Mezzo si sta affacciando una nuova generazione di lavoratori che, figli dell`apertura e delle riforme anni ‘80, manifestano una maggior consapevoleza dei loro diritti e sono sempre piu’ inclini ad alzare la voce.

Da tempo ormai la Foxconn e’ al centro di un ciclone mediatico: nel 2010, hannus horribilis per la multinazionale del gruppo Taiwanese Hon Hai Precision Industry Company, un’ondata di suicidi aveva tinto di rosso gli stabilimenti di Shenzhen, Dongguan e Foshan. Al tempo, a spingere gli operai a commettere un gesto tanto estremo erano state le condizioni di lavoro al limite della disumanita’: turni di piu’ di 12 ore al giorno, per una paga di mille yuan al mese (circa 110 yuan di allora), tempi cronometrati per i bisogni corporali, pause pranzo ridotte al minimo e il divieto assoluto di parlare durante l`orario di lavoro.

Lo stop alle autoimmolazioni degli operai è giunto soltanto nel momento in cui la compagnia ha assicurato un aumento degli stipendi prima del 30%, innalzando il budget mensile a 1200 yuan, e dopo pochi mesi del 66%. Bei propositi mai messi in pratica: “La paga base e’ ancora di 1.000 yuan, una cifra nettamente al di sotto di quella promessa”, aveva affermato al tempo uno dei dipendenti.

E come se non bastasse, l’azienda Taiwanese non ha esitato ad avanzare minacce di licenziamenti al fine di dissuadere gli operai dal mettere in atto altri scioperi. Vietati dalla legge cinese, nella realta’ dei fatti, il blocco della produzione e l’astensione dal lavoro vengono trattati in maniera differente dai vari governi locali., con la provincia del Guangdong in testa per esempio di tolleranza e liberalita’.

Ma se è indubbio che nell’ex Impero Celeste qualcosa si sta cominciando a muovere, d’altra parte risulta ancora piuttosto improbabile possa trattarsi delle prime avvisaglie di una “lotta di classe”. Alcuni elementi farebbero pensare piuttosto ad un fenomeno circoscritto: gli scioperi interessano per lo più aziende straniere e sono concentrati principalmente nel Guangdong -cuore pulsante del manifatturiero cinese- mentre le richieste dei rivoltosi vertono quasi sempre sull’innalzamento del salario minimo: un provvedimento, questo, che in realtà è perfettamente in linea con la politica governativa volta ad incrementare i consumi interni del Paese.

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