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ROMA – La vicenda è ambientata a Parigi nei primi anni ’30 del secolo scorso. Hugo (Asa Butterfield) é un piccolo orfano che vive all’interno dei cunicoli e delle intercapedini della stazione centrale.

Svolge due lavori non propriamente ufficiali. Da una parte si occupa della manutenzione degli orologi della stazione al posto di uno zio ubriacone che, dopo averlo preso in cura, ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla bottiglia. Dall’altra effettua piccoli furti di utensili e di oggetti meccanici presso il negozio di monsieur George (Ben Kingsley). La refurtiva gli serve per riparare gli ingranaggi di un automa, unico oggetto che lo lega simbolicamente al padre, morto in un incendio. Con l’ aiuto di una ragazza vivrà un’ avventura del tutto particolare che lo porterà a scoprire l’insospettabile passato del vecchio George.

Non si lascia definire facilmente questo film di Martin Scorsese, candidato a ben 11 premi oscar. Certamente è impossibile inserirlo facilmente all’interno di un genere cinematografico. Del resto le opere importanti sono sempre qualcosa in più, qualcosa di diverso. Si spazia dall’ avventuroso, al fantastico, al biografico. La magia e la fantasia si inseriscono sottilmente all’interno di una storia stra-ordinaria che al contempo per alcuni aspetti non si discosta troppo dalla verità storica. Il materiale narrativo, tratto dal libro di Brian Selznick “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret”, sembrerebbe costruito apposta per il folle ingegno di Tim Burton. Scorsese invece maneggia con cura ed alterna fortuna dei registri per lui inusuali. Verso metà film comunque l’ingranaggio appare oleato alla perfezione e l’opera sembra poter spiccare il volo. In questo frangente il protagonista Hugo afferma che gli orologi, gli automi sono meccanismi perfetti in cui ogni pezzo ha il suo posto ed il suo senso. Non c’è niente che è di troppo.

E’ convinto che la stessa affermazione valga anche per il mondo nel suo complesso e soprattutto per gli esseri umani che lo abitano. Nella parte finale del film invece, se vogliamo, un pezzo in più c’è. E’ costituito dal momento in cui ci si dilunga a ripercorre la vita di Méliès. Scorsese, grande appassionato di cinema, ammaliato dalle grandi invenzioni di questo straordinario artista di inizio secolo, rischia di perdere di vista la poetica della storia che sta raccontando. Se allora Méliès aveva intuito che il cinema era in grado di “catturare i sogni”, a Scorsese l’impresa non riesce del tutto. Ma, a differenza di un orologio, una opera d’arte non può essere un meccanismo perfetto, per il semplice fatto che non è un meccanismo. Allora possiamo accettare il fatto che la debordante passione di Scorsese nei confronti dell’arte cinematografica inceppi un po’ la narrazione. Anche perché ci sono altri elementi che contribuiscono comunque ad elevare “Hugo Cabret” al di sopra dell’ ordinario. Mi riferisco in particolare alle grandi interpretazioni del vecchio Ben Kingsley e del giovane Asa Butterfield. Alle splendide scenografie di Dante Ferretti. Alla presenza muta ma imponente di un automa la cui espressione fissa assume valore e significati diversi a seconda dei desideri e delle paure del piccolo Hugo. Una piccola nota a margine: se è vero, come afferma Scorsese, che “la cosa straordinaria di Méliès è il fatto che ha esplorato ed inventato la maggior parte di tutto ciò che viene fatto al cinema” c’è da dire che in questo caso il 3D, come accade non di rado, non aggiunge molto.

USCITA Al CINEMA: 03/02/12

Hugo Cabret – Trailer

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