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Attriti tra Pechino e Pyongyang: questione di droga

PECHINO (corrsispondente) – La stroria d’amore tra Pechino e Pyongyang si fa sempre più turbolenta; e a creare tensione tra i due alleati non sarebbe soltanto la questione nucleare, avvertita ormai dal Dragone come motivo di imbarazzo di fronte alla comunità internazionale.

Secondo Sino-NK c’è dell’altro ad impensierire l’amato-odiato partner. Un fattore che il Nord Corea ha tenuto nascosto per anni, anche grazie al tacito consenso del governo cinese, ma che comincia a sfuggirgli di mano, venendo piano piano allo scoperto.

Questo fattore si chiama crystal meth, per gli amici meth, in cinese bingdu; in altre parole una potentissima metanfetamina che agisce direttamente sul sistema nervoso centrale, generando uno stato di euforia che può durare anche 6-7 ore, molto più della tradizionale cocaina. Una sostanza che crea dipendenza ed è nota come “droga da cucina” per la facilità con la quale può essere riprodotta anche in casa.

Nella Corea del Nord, essendo di facile reperibilità, ha già raggiunto una diffusione epidemica senza risparmiare nemmeno i più giovani. Anzi, è proprio tra i ragazzi che fa più proseliti. Ma non solo consumatori accaniti: nella regione meridionale di Hamyong, adolescenti e ragazzi in età scolare sono stati acciuffati dalle forze di polizia mentre miscelavano il mix di sostanze eccitanti.

Considerata alla stregua di un comune medicinale, secondo quanto riportato dal Daily NK, il meth sarebbe assunto da circa ¼ della popolazione nordcoreana. Tanto per capire la vastità del fenomeno, nel Nord Corea, i prezzi delle commodity oscillano in base all’intensità della stretta esercitata dal governo sul contrabbando di tale sostanza. Il deterioramento delle condizioni economiche del Paese, unitamente all’irrefrenabile dilagare della corruzione tra i funzionari di medio livello sono tra le principali cause di questa corsa alle speculazioni illegali basate sullo smercio delle anfetamine.

Il governo di Pyongyang ha sempre negato l’esistenza del problema, preferendo continuare a nascondere la testa sotto la sabbia. E sebbene il nuovo giovane leader di Pyongyang, Kim Jong-Un, appena preso il potere abbia subito provveduto ad innescare un giro di vite su spacciatori e consumatori di bingdu, tuttavia è opinione diffusa che il fenomeno abbia ormai raggiunto proprozioni ingestibili. Ma non solo. Sembra essere sempre più accreditata la teoria di un legame tra le gang della DPRK e l’ingombrante vicino di casa, la Cina.

Una storia già sentita ma da entrambe le parti sempre minimizzata, quando non negata . Nell’agosto del 2004, Yang Fengrui, vice segretario generale del China’s National Narcoties Control Commission (NNCC), nonchè direttore generale del Narcotics Control Bureau (NCB), commentò così la questione del traffico di droga proveniente dalla Corea del Nord: “Ci sono effettivamente dei casi di smercio di stupefacenti dal Nord Corea al nostro Paese. Tuttavia in Cina ogni anno si verificano più di 100.000 casi di contrabbando di droga, e la percentuale di quella proveniente dalla Corea del Nord è bassissima. La maggior parte delle droghe che fanno male al nostro Paese arrivano dal Triangolo d’Oro.” E alla lista si vanno ad aggiungere anche Giappone, Repubblica Democratica Popolare di Corea (DPRK), Nepal e altri Paesi asiatici.

Ma la diplomazia del presidente dell’NCB non è riuscita a mettere a tacere la questione, e un recente rapporto apparso sul quotidiano di Seul, Dong-A Ilbo, afferma che negli ultimi anni Pechino, spalleggiato dall’intelligence sudcoreana, avrebbe sequestrato 60 milioni di dollari di droga proveniente proprio dalla DPRK.
Lo scorso 4 giugno l’agenzia di stampa Xinhua riportava che le autorità cinesi avevano finalemnte messo fine ad un giro di contrabbando interfrontaliero, nei pressi di Dandong. Sebbene l’articolo non specificasse quale frontiera fosse stata valicata dai narcotrafficanti, la localizzazione è sufficiente precisa: Dandong, provincia del Liaoning, a ridosso del confine con la Corea del Nord

Seppur lentamente, la verità sta venendo fuori. Cosa ha condotto Pechino a rilasciare la sua mezza confessione? Secondo Sino- NK le motivazioni sono principlamente due. Il timore e la constatazione che la DPRK stia perdendo il controllo sulle attività di contrabbando del meth di pari passo con l’aumento esponenziale della domanda dall’esterno. Ragioni per le quali, negli ultimi dieci anni, le frontiere settentrionali dell’Impero di Mezzo sono state innondate da fiumi di droga “made in Pyongyang”.

E poi c’è l’altra motivazione, ben più sottile e rilevante a livello strategico. Ora che la testardaggine dell’alleato con il pallino per il nucleare viene avvertita dal Dragone come una seccatura, il giro di vite sul traffico di stupefacenti potrebbe essere un ottimo metodo per metterlo alle strette. Un’arma di ricatto, quella del bingdu, della quale Pechino per il momento continua ad impugnare il manico. Ma per quanto ancora?

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