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ROMA – Tutti sembrano applaudire alla probabile rinuncia “dolorosa” che farebbe sfumare la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020. Una scelta di buon senso – ipotizzano in molti –    frutto di un’attenta valutazione da parte del professore Mario Monti che  questa mattina ha incontrato il presidente  del Comitato organizzatore, Mario Pescante, il presidente del Coni, Petrucci e il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.
Ancora non è detta l’ultima parola, ma sembra che i costi siano tanti, anzi troppi e poi regnano le tante incognite  che potrebbe far lievitare ulteriormente le spese per questo evento internazionale. Insomma, forse memori anche delle Olimpiadi di  nuoto che si svolsero a Roma  nel 2009, l’Italia potrebbe pronunciare il suo secco “no”.

D’altra parte al momento  l’evento sportivo costa quasi 10 miliardi di euro. Una somma che graverebbe  inevitabilmente sulle tasche dei contribuenti italiani  già sotto sforzo per sopravvivere ad una crisi economica che non risparmia nessuno. Certo una piccola osservazione è d’obbligo, perchè il governo non può richiamarsi al  buon senso solo in certe occasioni, visto la drammatica situazioni  che sta attraversando il Paese. Infatti, se rinunciare  ad un evento sportivo importantissimo è un passo obbligatorio nonchè un atto rispettoso nei confronti dei cittadini, che dire di tutte quelle  ingenti spese –  che guarda caso – ricadranno negativamente sul bilancio pubblico. Vedi i miliardi di euro destinati agli armamenti o alle grandi opere su cui incombono profonde perplessità. Anche queste a conti fatti sono spese che non ci possiamo permettere , almeno in questo particolarissimo frangente.   L’ha detto anche Monti che è doloroso rinunciare ad un evento che avrebbe contribuito allo sviluppo del paese. Tuttavia non è possibile adottare due pesi e due misure,  soprattutto perchè c’è di mezzo la coerenza e la credibilità di chi si è espresso possibilista per portarci fuori da questa odissea economica.

Ma c’è dell’altro in tutto questo. L’Italia non ha ancora capito nè dove, nè come investire per risollevarci da questo benedetto debito pubblico. Non sarà certo una passeggiata, ma perchè non sfruttare quello che l’Italia ha già dentro i suoi confini. E lo ha ereditato naturalmente senza fare troppi sforzi. Insomma l’unico petrolio che questo Paese possiede  è rappresentato dai beni artistici. Parliamo del più ampio patrimonio culturale a livello mondiale con oltre 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici e 43 siti Unesco.

Nel 2009 PricewaterhouseCoopers,  che è un network  che fornisce servizi professionali di revisione di bilancio, presentò il rapporto  “Il valore dell’arte: una prospettiva economico – finanziaria”. E sapete cosa emerse?  Che l’Italia può sviluppare un vantaggio competitivo sostenibile solo in alcuni settori, ovvero in tutte quelle aree legate alla valorizzazione del patrimonio storico, artistico e culturale. Significa in parole spicciole che dobbiamo sfruttare quello che abbiamo e che tra l’altro mezzo mondo ci invidia.
Inutile piangere lacrime amare. Questo è il primo presupposto che dovrebbe comprendere chi ci governa. Siamo in possesso del  museo più grande del mondo a cielo aperto, ma anche il meno valorizzato. E in questo caso i parametri economici non possono essere i nostri punti di riferimento.

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