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Ma quanto pesa un punto di Pil sulle pensioni?

ROMA – In tema di pensione con il sistema contributivo viene spesso trascurato l’entità del pedaggio che le giovani generazioni pagheranno domani, tra dieci o tra quaranta anni, in termini di riduzione dell’assegno pensionistico causato da anni di ridotta crescita del Pil reale.

Ciò che hanno in comune le future pensioni con l’andamento del Pil avvenuto anni prima e il fatto che tali variazioni influiscono sulle future pensioni è dovuto allo strambo modo di rivalutare i contributi pensionistici, quei soldi che ciascun lavoratore si vede accreditati su proprio conto assicurativo individuale anno dopo anno vengono infatti rivalutati di un tasso di capitalizzazione che “è dato dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (PIL) nominale, appositamente calcolata dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare.”.

Dopo il dato deludente relativo al Pil rilasciato dall’Istat giusto ieri abbiamo quindi elaborato tre scenari alternativi relativi ad un lavoratore che vada in pensione a 62 anni di età, con 42 anni di lavoro alle spalle e con un po’ di crescita stipendiale per carriera con un incremento per carriera del 2 per cento ogni anno, con un’inflazione pari a zero per tutto il periodo, in maniera da avere dati immediatamente confrontabili con oggi visto che il nostro lavoratore inizia la propria attività a 15 mila euro annui di oggi e la finisce con quasi 34.000 euro annui di oggi, e con la crescita del Pil nominale che quindi coincide con la crescita del Pil reale.

Nel primo scenario abbiamo ipotizzato una rivalutazione reale pari alla media degli ultimi 10 anni, circa lo 0,26 per cento annui. Nel secondo caso abbiamo ipotizzato una rivalutazione pari a zero, sempre superiore quindi al 2011 anno in cui la rivalutazione reale è stata negativa. Nel terzo caso, per mio diletto personale, abbiamo ipotizzato una crescita assolutamente folle, irreale ed irrealistica del Pil reale in una misura pari all’1,5 per cento.
I primi due casi si chiudono con il nostro lavoratore che percepisce una pensione nettamente inferiore non solo ai propri ultimi stipendi, ma addirittura prossima allo stipendio con cui aveva iniziato a lavorare tanti anni prima.
Con la rivalutazione reale dello 0,26 la prima pensione annua sarà di circa 17.100 euro, circa il 58 per cento dell’ultima retribuzione, un trauma per chi era arrivato, ricordiamolo, a guadagnarne quasi 34.000 all’anno. Ancora peggio, seppur di poco, andrebbe con la rivalutazione a zero del secondo caso, il nostro sfortunato lavoratore dovrebbe mettere insieme pranzo e cena con poco più di 16.300 euro annui, circa il 55 per cento dell’ultima retribuzione.

Questi due sono però, è opportuno ricordarlo, due casi anche piuttosto fortunati visto che il pessimo andamento della nostra economia ha portato lo scorso anno ad una rivalutazione reale negativa che con ogni probabilità si avrà anche nel prossimo futuro, a cominciare dal 2012.
Cosa succederebbe invece se il nostro lavoratore vivesse in questa sorta di eterno Bengodi, in un paese in grado di assicurare nei prossimi 40 e passa anni una crescita reale media che nell’ultimo ventennio si è vista solo occasionalmente?
Nel caso della crescita all’1,50 reale allora il nostro accederebbe a pensione con 21.600 euro annui, poco meno del 74 per cento della propria ultima retribuzione.
Davvero niente male andare in pensione così, e poi poter finalmente conoscere tutte quelle persone interessanti, Cenerentola, Biancaneve, il Gatto con gli stivali……

Amerigo Rivieccio

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