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Sovraffollamento e corruzione le piaghe del paese

CITTA’ DEL MESSICO (corrispondente) – Una rissa tra carcerati ha portato alla morte di quarantaquattro persone, recluse nella struttura carceraria di Apodaca, trenta chilometri da Monterrey. Domenica mattina un gruppo di detenuti del Cartello de Los Zetas sono riusciti ad arrivare nell’ala del carcere dove erano rinchiusi i rivali del Cartello del Golfo, colpendoli con pugni sassi e bastoni. Trenta reclusi sono riusciti a darsi alla fuga, approfittando della confusione. I morti apparterrebbero tutti al Cartello del Golfo, mentre i trenta evasi a Los Zetas, il che fa supporre ad un piano premeditato.

Rodrigo Medina, governatore dello Stato di Nuovo León, non ha escluso che, nell’organizzazione della fuga, ci sia stata la complicità del personale carcerario. Per questo motivo quattro dirigenti e diciotto guardie di custodia sono state sospese dalle loro funzioni. Medina ha offerto una ricompensa di 775mila dollari a chi fornisce informazioni utili alla cattura degli fuggitivi.

Anche nelle carceri, come nel paese, è forte la rivalità tra Cartelli rivali in particolare da quando si è rotta l’alleanza tra Los Zetas e il Cartello del Golfo (il gruppo de Los Zetas era originariamente il braccio armato del Cartello del Golfo). All’inizio di gennaio trentuno prigionieri morirono in uno scontro nella prigione di Altamira nel nord del Paese, tredici furono i feriti. In ottobre a Matamoros, pochi chilometri dal confine con il Texas, i morti furono venti.

Questa notizia arriva cinque giorni dopo il terribile rogo avvenuto nel penitenziario di Comayagua, in Honduras, costato la vita a 358 persone, che ha messo in evidenza la situazione disastrosa dei penitenziari del Centro America. A Comayagua c’erano il doppio dei detenuti rispetto a quelli che la struttura avrebbe potuto ospitare. Ad Apodoca ci sono quasi tremila reclusi quando la sua capacità sarebbe di 1500 e questa condizione è comune a tutte le strutture detentive del paese e determina una situazione potenzialmente esplosiva per cui ogni minimo incidente o tafferuglio può portare a conseguenze drammatiche come in Honduras.

La corruzione è un’altra piaga dilagante del Paese e delle prigioni messicane. Nel carcere Las Cruces di Acapulco lo scorso novembre un’ispezione a sorpresa dell’esercito ha portato alla luce una realtà decisamente diversa dal lager che uno si aspetterebbe di trovare. Televisori al plasma, videogiochi, alcolici, un sacco di marijuana, coltelli da taglio, galli da combattimento e diciannove prostitute per intrattenere gli “ospiti”.

E’ noto che i boss della droga spesso riescono ad ottenere dei privilegi incredibili quando finiscono dietro le sbarre. In molti casi le celle vengono modificate in base ai loro desideri. Nel carcere di Ciudad de Juarez i narcos hanno portato mobili, TV, aria condizionata e, in alcuni casi, hanno pure modificato il bagno. Nel centro di detenzione di Chihuahua i poliziotti hanno trovato un bar, una sala da biliardo e fiumi di alcolici. Non sono mancati neanche ritrovamenti di armi e munizioni. Nell’edificio carcerario della città di Gomez Palacio un gruppo di killer scontava la pena di giorno, mentre di notte usciva per compiere delitti su commissione, ovviamente con la complicità degli agenti di custodia.
In questo contesto non stupisce quindi l’alto numero di evasioni, quasi cinquecento nel 2010. La più clamorosa fu quella di Nuevo Laredo dove, in un solo giorno, fuggirono 151 prigionieri.

Il presidente Felipe Calderón non si fida ormai più delle strutture di custodia del suo paese per cui i grandi boss del narcotraffico, catturati con un enorme dispendio di uomini e forze, vengono sempre più spesso estradati nelle più sicure carceri degli Stati Uniti. Durante la sua presidenza le estradizioni sono quasi triplicate, passando da 160 della precedente amministrazione Fox, alle 464 concesse da Calderón (dato di agosto 2011).

Quando il grande boss del cartello della droga viene catturato non significa che esca dalla circolazione. Molti continuano a dirigere dalla cella le loro attività criminali. E se non riescono a “comprarsi” la fuga, sicuramente i soldi gli servono per assicurarsi una vita confortevole tra le quattro mura. Così a Sandra Avilla Beltron, meglio conosciuta come la Regina del Pacifico, veniva concesso un trattamento di bellezza in carcere; Joaquín Guzmán detto “El Chapo”, prima che evadesse, organizzava feste incredibili nella prigione di La Palma con consumo di droga e alcol; Caro Quinteno si faceva portare in cella la cena proveniente dai migliori ristoranti della città.

Il 16 novembre del 2008 durante una visita in Germania, di fronte ad un’aula piena di imprenditori, Calderón ammise che avrebbe consegnato quindici leader del narcotraffico agli USA perché dal carcere messicano, dove erano rinchiusi, continuavano a detenere il controllo dell’organizzazione e ordinavano l’uccisione dei giudici che li avrebbero dovuti processare.
In poche parole l’estradizione rappresenta per il Messico l’uscita di sicurezza di un sistema carcerario che fa acqua da tutte le parti.

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