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Cina e India, quei due vicini chiassosi

PECHINO (corrispondente) – Monta l’ira di Pechino in seguito alla notizia della recente visita del ministro della Difesa indiano, AK Antony nello Arunachal Pradesh, lo stato più orientale dell’India sul quale il Dragone rivendica da anni la propria sovranità.

Hong Lei, portavoce del ministero degli Esteri cinese, nella sera di sabato ha dichiarato che Delhi dovrebbe ben guardarsi dal compiere azioni che potrebbero complicare la già intricata questione dei confini. Come scritto dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, l’affermazione di Hong “sarebbe giunta in risposta alla notizia alla partecipazione dei funzionari indiani ad attività organizzate dalla così detta regione dello ‘Arunachal Pradesh’.” Il portavoce della diplomazia d’oltre Muraglia ha esortato il governo indiano a collaborare per mantenere la pace e la stabilità nelle zone di frontiera, rinnovando la speranza di trovare una soluzione equa e razionale attraverso negoziati.

Un copione già sentito in passato, quando Pechino si era opposto alla precedente visita del primo ministro Manmohan Singh nell’area contesa. Limitare la popolarità del governo centrale e frenare l’appeal esercitato da Delhi sulla popolazione locale sono requisiti essenziali per evitare il sopraggiungere di ulteriori difficoltà nel momento in cui il Dragone deciderà di avanzare più concretamente le proprie pretese sulla regione, scrive Times of India.

La presenza dei funzionari indiani nello Arunachal Pradesh- si legge nel report della Xinhua- ha lo scopo di garantire la “sicurezza” in quella che è una zona di particolare importanza strategica. Per quanto riguarda la visita di Antony poi, si è trattata di pura cortesia dato che il ministro della difesa indiano era stato chiamato ad officiare i festeggiamenti per il 26esimo anniversario della fondazione dello Stato; un impegno dal quale certo non poteva tirarsi indietro.

La “Terra delle montagne illuminate dall’alba” -dono poetico del sanscrito- è al centro di un’annosa questione che vede Tigre e Dragone azzuffarsi per l’egemonia territoriale su quattro stati indiani adiacenti alle già oltremodo “animate” regioni di Tibet e Xingjiang: Jammu – Kashmir, Arunachal Pradesh, Uttarakhand e Sikkim. La questione, che da 45 anni a questa parte crea ansie e attriti tra i due vicini di casa, nel 2005 è passata nelle mani di due rappresentanti speciali nominati da Pechino e Delhi senza ancora, tuttavia, giungere ad una risoluzione. Oggetto del contendere, una striscia di 4000km di terra conosciuta come Line of Actual Control (LAC), che si snoda lungo il confine nord del subcontinente indiano, ufficialmente di proprietà della Tigre, ma sulla quale rivendica il proprio dominio anche il Dragone.

Il 7 settembre del 1993 le due parti hanno stabilito un “accordo per mantenere pace e tranquillità lungo la LAC” e a partire dal febbraio del ’94, dopo un trentennio di tensioni, è stato dato il via ad una serie di colloqui bilaterali volti ad introdurre “misure di fiducia” tra le rispettive difese. Dopo un primo smantellamento dei posti di guardia lungo l’area di Wangdong, nel 1996 il presidente cinese Jiang Zemin, in visita in India, ha sottoscritto l’Agreement on Confidence Building Measures in the Military Field along the Line of Actual Control in the China-India Border Areas, volto a delineare un quadro istituzionale per il mantenimento della pace lungo le aree di confine. Le premesse erano buone.

Ma nonostante l’impegno dimostrato, la questione delle frontiere continua a rimanere impantanata in varie compulsioni bilaterali di matrice nazionalista. E sebbene incontri-scontri tra i due chiassosi vicini siano tutt’altro che una rarità, tuttavia, sino a questo momento, un timido passo indietro di entrambe le parti è riuscito a contenerne l’estensione con discreto successo.

Durante i primi anni ’90, Delhi ha richiamato dal settore orientale 35mila soldati, ma si ritiene che le aree sensibili siano ancora sotto stretta sorveglianza dell’Esercito Popolare di Liberazione, con stime che parlano di 180 mila 300mila uomini.

Lo scorso dicembre Mulayam Singh, leader del Samajwadi Party (Partito socialista), aveva riacceso i riflettori sul lembo di terra conteso, affermando che le truppe di Pechino si stanno mobilitando rapidamente in particolar modo nel Kashmir indiano dove “i cinesi procedono ad occupare le nostre terre” e pare abbiano installato persino dei radar. La questione, sollevata durante la sessione parlamentare invernale ha manifestato la chiara preoccupazione da parte della camera bassa circa la crescente aggressività del Dragone lungo i dibattuti confini settentrionali e, nondimeno, rispetto all’inadeguata risposta del governo di Delhi troppo propenso verso un infruttuoso attendismo.
 
A stemperare i toni, però, ci ha pensato Antony: “il governo indiano è al corrente dell’insidiamento di infrastrutture cinesi lungo il confine con Tibet e Xinjiang, come la linea ferroviaria Qinghai – Tibet, per la quale è in previsione un’estensione fino a Xigaze e Nyingchi, oltre alla costruzione di aeroporti e reti stradali limitrofe.” si leggeva in una dichiarazione scritta.
Per quanto riguarda i radar nella LAC, Delhi non starà certo a guadare. Il ministro ha ricordato che la Indian Airforce è provvista di numerosi radar in grado di sorvegliare le montagne indiane.
Tutto sotto controllo insomma. Normali bisticci di vicinato. “Che faccia pure la voce grossa quello della porta accanto, basta che se ne rimanga a casa propia,” “miagola” la Tigre.

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