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Roma-Lazio: le maglie sulla pelle. Storia di derby e di accoglienza

ROMA – Tutto fuori dal comune. Era il 16 ottobre 2011 e l’ufficio del Centro di Prima Accoglienza era pieno di ragazzi. Tre metri per tre e 24 storie.

Operatori e utenti seduti per terra, sulle sedie, in piedi, affacciati alla porta. Occhi rivolti ad un piccolo schermo del computer, rigirato, spalle alla tastiera, al calendario e alla sacralità del posto. “In ufficio si entra per i colloqui, non per una partita di calcio”, giustamente ci avrebbe ricordato la responsabile. Ma quella non era una partita di calcio, era il derby di andata e ad affrontarsi erano la Roma e la Lazio. Le due squadre della capitale. E’ semplice tifare la propria nazionale, la propria città, ma se si ha attraversato il mondo, si è senza documenti e ci si ritrova nel nostro strano Bel Paese, allora il calcio è un posto altro. Accessibile a tutti, dove si può iniziare a ricostruire delle identità. I tifosi giallorossi osannavano Totti e De Rossi, quelli lazali Djibril Cissé. Uno stravagante migrante dalla pelle nera e dal crestino ossigenato. Un pezzo di lontana Africa sparato in Occidente, naturalizzato francese e approdato in biancoceleste.  I frequentatori del centro dopo aver simpatizzato Palermo, a Lampedusa, hanno avuto vita facile nel scegliere la loro squadra del cuore, la Lazio.

 

Una minoranza nelle minoranze. E le passioni nei giochi, per far uscire sentimenti. Sembrava lo stadio, fino al novantesimo, al goal di Klose. Anticipato da un ragazzo che ascoltava la radio e visto in differita di un minuto, perché la connessione ad internet era lenta. Le urla da bambini, gli abbracci, i sorrisi, le lacrime di un operatore, laziale anche lui. Una festa, come in Africa è vissuto il calcio. Poi tutto il girone di andata, l’impossibilità di regalare ai ragazzi la gioia di andare allo stadio, perché i loro documenti tardano ad arrivare. Le polemiche nei confronti di Reja, l’eliminazione dall’Europa League, le dimissioni e poi il ritiro di queste, con i ragazzi sempre al fianco della loro squadra. Ogni maledetta domenica a sospendere la loro difficile quotidianità per sentirsi già parte della città che li ospita. A tifare, a volere una vittoria che li riempie di felicità o a digerire amaramente una sconfitta. Per giorni esercitano il loro italiano, studiato di giorno e di notte, per commentare le partite. Lo fanno al centro, ma anche per strada, con persone che come loro amano il gioco del pallone. Arriviamo a ieri sera. Ci arriviamo senza Cissé, oramai trasferitosi in Inghilterra, ma con un centro che ha costruito una sua fiosofia da supporter, come avviene in ogni cosa che si fa perché ci si butta con tutte le proprie forze.

 

La Lazio non è Chinaglia o Lotito, non è nemmeno la curva nord, è il sogno di un mondo aperto, dove c’è spazio per loro. “Tifiamo la maglia”, dice sempre un ragazzo proveniente dalla Costa D’Avorio e poi si alza il maglione o la felpa e indica la t-shirt che indossa sempre e che è sbiadita, quasi bianca, per quante volte l’ha lavata a mano con il sapone di Marsiglia. E’ una maglia non ufficiale, a mezze maniche, di cotone di bassa qualità, ma ha una stampa con lo stemma della Lazio. Come a dire, sono qui, ma non ci posso stare, farei di tutto, ma l’Italia ancora non mi vuole, invece nonostante tutto io posso dirmi laziale. Volevano Diakite in campo e Totti in tribuna, perché ricordavano il calcione che lui aveva rifilato a Balotelli. Trovano Diakite in panchina e Totti in campo. Lo temono, sanno che i loro amici romanisti lo amano e che a lui si aggrappano, ma loro vanno avanti, non credono nelle individualità, per loro i salvatori non esistono, è il gruppo che conta. E loro gruppo lo sanno fare molto bene. Da una settimana non parlavano d’altro, anche in Questura, qualche giorno fa, prima di fare il foto-segnalamento e di formalizzare la loro richiesta d’asilo, mi domandavano quale sarebbe stata la formazione titolare, preoccupati delle troppe assenze. Dall’inizio del girone di andata seguono le partite in un locale a Piazza Mancini, il proprietario è laziale e loro hanno conquistato la sua simpatia. Anche ieri erano lì, tutti gli educatori si sono raccomandati di stare attenti, di non far vedere maglie, sciarpe, bandiere, di non avvicinarsi troppo allo stadio, ma loro sognavano la festa.

 

“Dio è grande!”, al settimo minuto rigore per la lazio e cugini con un uomo in meno. Hernanes, Borini e poi il niente. Tutto finisce dove sarebbe dovuto iniziare: è il secondo tempo, la Lazio attacca, ma qualcosa che non ha niente a che fare con la poesia rischia di spazzare via tutto. Degli idioti sugli spalti fischiano Juan, difensore brasiliano che  tenta in tutti i modi di fermare il risultato sull’1 a 1. Partono i “buuu” razzisti, pochi, tanti, non importa, quel che importa è che arrivano anche a chi sta vedendo la tv. Arrivano a chi di razzismo è tutti i giorni vittima, al calciatore, ma ancora di più a questi ragazzi. E’ tutto fuori dal normale. Il goal di Mauri, la vittoria ed i ragazzi che tornano al centro silenziosi. Non c’è posto per la loro festa. Un palloncino che fugge dalla mano e vola via? No, il calcio è qualcosa di più. Lo spiega il ragazzo della Costa D’Avorio:“Quello che importa è che abbiamo vinto. Quella è l’Italia, la mia Lazio è un’altra cosa”. Il calcio è il solo sogno che non si spegne mai.

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