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Militare Usa fa strage di afghani. La guerra porta alla pazzia

ROMA – Un soldato Usa ha fatto una vera e propria stragenella provincia di Kandahar, in Afghanistan.

Il militare, probabilmente in preda ad un raptus, è uscito verso le 3 di notte dalla sua  base ed ha raggiunto due villaggi del distretto di Panjwai, dove ha fatto fuoco pare in tre abitazioni. Ancora incerto il bilancio delle vittime e dei feriti, anche se si parla di almeno 16 morti tra i quali vi sarebbero anche donne e bambini. Una strage apparentemente ingiustificata sfociata forse dall’esaurimento nervoso che aveva colpito il soldato, almeno questo è emerso dalle prime testimonianze.  Per ora non è ancora stato rivelato il suo nome e la sua età, ma è stato confermato che il militare è stato arrestato.
Intanto sull’episodio è stata aperta un’inchiesta per fare luce sull’accaduto. Di certo questo episodio peggiorerà ulteriormente non solo la convivenza tra locali e militari occupanti, specie tra i gruppi talebani che spesso sferrano dei violenti attentati contro le forze Isaf, ma getta dubbi sui controlli periodici a cui tutti i militari americani sono soggetti, e che dovrebbero garantire in circostanze come queste l’assoluto equilibrio psico-fisico.
Il Vietnam, e non solo, dovrebbe insegnare sulle conseguenze di chi è sopravvissuto all’inferno della guerra pagando un prezzo altissimo in termini psicologici.

Non serve rivedere al cinema il noto film di Kubrick “Full Metal Jacket” o “Platoon” per comprendere i danni della guerra. Lo studio del psichiatra militare Marco Cannavicci , “Lo stress da combattimento” riporta un articolo datato  2 agosto 2006 del “Journal of the American Medical Association” (JAMA), l’equipe di neuropsicologia del Suotheast Louisiana Veterans Healthcare System e della Tulane University School of Medicine di New Orleans, in cui emerge che i soldati americani che sono stati impiegati in Iraq presentano un quadro neuropsicologico compromesso. I reduci – riporta l’articolo –  presentano una riduzione significativa nei compiti che richiedono una attenzione sostenuta, nell’apprendimento verbale e nella memoria visuo-spaziale. Presentano inoltre un incremento degli stati di tensione emotiva e di confusione mentale. La validità scientifica dello studio consiste nel controllo preventivo e prospettico di 961 soldati appartenenti ad una unità che avrebbe potuto partire per l’Iraq, cui sono stati sottoposti dei test neuropsicologici. Di questi, sono stati poi inviati in Iraq 654 soldati, mentre 309 sono rimasti in patria e sono stati utilizzati come gruppo di controllo. Sia ai soldati rimasti in patria che a quelli inviati in Iraq, durante la missione, sono stati ripetuti i test neuropsicologici.

 

I primi risultati dimostravano che i soldati in Iraq riportavano un peggioramento globale su molte scale di valutazione, rispetto sia alle prestazioni precedenti che ai colleghi rimasti in patria, tranne che in un aspetto: la velocità di reazione. Ciò dimostra che quando si vive sotto minaccia si scatenano autonomamente delle risposte fisiologiche che ci preparano all’azione. Si modificano i livelli di adrenalina e noradrenalina nel sangue e si modificano diversi parametri ormonali, come ad esempio l’incremento del cortisolo e l’abbassamento dei livelli degli ormoni sessuali. Per effetto di queste modificazioni neurobiologiche la velocità di reazione aumenta, tuttavia aumentano anche i tempi di “esauribilità” di altre funzioni cognitive (come l’attenzione, la concentrazione, la memoria) che peggiorano le loro performances in tempi molto più brevi rispetto alla norma. Avere tempi di reazioni più veloci conduce sicuramente a risposte più rapide che in talune occasioni possono anche salvare la vita, tuttavia aumenta sensibilmente il tasso di errore in quanto sono risposte impulsive, imprecise e spesso irrazionali. Il militare potrebbe ritrovarsi a
sparare in modo impulsivo ed irrazionale non contro un nemico, ma contro dei civili, dei bambini o anche degli “amici”.

Insomma la guerra porta alla pazzia. Su questo non vi sono dubbi.

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