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L’avventura di essere figlio, del figlio di papà

RAVENNA – Rispetto alla notizia, apparsa ieri sulla stampa nazionale e amplificata – a onor del vero – dal solo Mentana, secondo cui i “Frati” a “La Sapienza” di Roma sarebbero cinque e non quattro, diciamo la verità, siamo rimasti stupiti, increduli e “seccati”.

Del resto, come avremmo potuto incazzarci più di tanto, visto che abbiamo contezza da tempo – stante la nostra non più giovanissima iscrizione all’anagrafe – sia della volgarità di lorsignori sia del funzionamento non proprio cristallino dei concorsi e delle procedure di assegnazione dei posti di comando in questo Paese?

Perché, infatti, sarebbe stato coniato il termine di “baronia universitaria” se non fosse più che noto il sistema di potere feudale – con tanto di trasmissione dinastica del titolo – in vigore in particolar modo nelle Università ma, più in generale in tutti i luoghi dove si concentra il potere?

Così, alla notizia del moltiplicarsi dei “Frati”, la rabbia ha lasciato il posto allo stupore.  Nel senso che ci siamo chiesti: “Ma che cavolo di faccia tosta hanno lorsignori?”. Possibile che non conoscano il significato della parola vergogna? Possibile che ci reputino così tanto imbecilli da credere che la mezz’Italia delle persone normali, quelle senza privilegi di casta, possa bersi la favola del “merito”, del “curriculum”, del concorso “vinto” da gruppi di  geni appartenenti sempre alle stesse, solite, 10 “famiglie”?

L’incredulità, dunque, è legata alla constatazione che non c’è limite all’arroganza e alla smania di potere. Così come non c’è confine – ma questo lo avevamo sospettato – alla smania di accumulazione e di accaparramento: di risorse, di posti, di ricchezze, di danaro! Credevamo, infatti, da poveri illusi e figli della mediocrità, che qualsiasi essere umano, una volta conquistato uno stipendio da oltre 100 mila euro, potesse accontentarsi e lasciare il posto a qualcun altro. Invece no! A lorsignori non gli basta mai anche perché sospettiamo  che ad un certo punto scatti l’invidia per i guadagni del vicino e, anche, per non passare da “fesso” rispetto a chi di “fornari (o forneri) piazzati” ne ha solo tre.

La seccatura, l’ultimo dei sentimenti che ci ha colto nell’apprendere del quinto “Frate” assunto al “convento” di piazzale Aldo Moro a Roma sta, fondamentalmente, tutta nel fatto di dover chiedere pubblicamente scusa a Massimo, mio amico e Rappresentante della CGIL, fino alla pensione, della tipografia “Colombo” di Roma che, da oltre 40 anni, ha l’appalto della stampa di tutti gli atti della Camera dei Deputati.

Con lui, oltre trent’anni fa, ebbi un’accesa discussione sulla possibilità d’inserire, nella contrattazione di secondo livello, la possibilità dell’assunzione di un figlio all’atto del pensionamento del padre da una qualsivoglia azienda. Da giovane, quanto “ingenuo” dirigente sindacale, sostenevo l’amoralità del posto di lavoro ereditario soprattutto negli apparati dello Stato dove – ritenevo – dovessero essere chiamati i più bravi in assoluto per svolgere, in spirito di servizio, funzioni rilevanti e importanti per tutta la collettività.

Bene, caro Massimo, scusami per allora e per la veemenza che ci misi per affermare le ragioni mie e dell’Organizzazione. Scusami perché, mentre noi e migliaia di altri militanti sindacali eravamo intenti a salvare – allora come ora – il Paese dalle aggressioni dei terroristi di ogni colore; dai potenti e dai lucratori d’ogni risma e da tutta una masnada di approfittatori, quegli stessi lorsignori e i loro sodali (alcuni annidati anche in mezzo a noi) per battere il comunismo ma, anche per interesse personale, si spartivano le spoglie di uno Stato pagato da noi. Salvo poi, ovviamente, anni dopo, accusarci di non averlo pagato abbastanza questo Stato e di essere attardati “conservatori” a difesa di diritti ideologici che non potranno più essere appannaggio di tutti i cittadini.

Scusami ancora Massimo e salutami tuo figlio che a Bruxelles, dove fa il professore universitario, so che ti sta facendo onore.

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