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Teatro documenti. “Per troppa Vita che ho nel sangue”, tributo ad Antonia Pozzi

ROMA. Antonia Pozzi, poetessa, nacque esattamente cento anni orsono, a Milano, dove si spense nel dicembre del ’38 per sua stessa mano.

Persona di rara intelligenza, cultura e sensibilità, figlia di un avvocato e di una contessa, amante della fotografia e dell’arte, studiò alla Statale di Milano in cui ebbe modo di frequentare la “meglio gioventù” intellettuale dell’epoca – i suoi amici Vittorio Sereni, Enzo Paci, Remo Cantoni e Mario Monicelli – e in cui si laureò con Antonio Banfi con una tesi su Flaubert. La sua pregevole poesia non conobbe che gloria postuma, riscoperta negli anni a venire anche grazie all’intervento della poetessa Maria Luisa Spaziani. Nel centenario della nascita, la regista Anna Ceravolo la ricorda con una pièce teatrale garbata e lodevole, in scena al Teatro di Documenti di Roma dal 1° al 18 marzo.

L’allestimento è volutamemente sobrio e asciutto, frutto di lavoro certosino affrontato con strumenti contenuti e tante idee. Sulle pareti vengono proiettate fotografie, immagini della vita breve ed intensa della poetessa; i luoghi dell’infanzia, quelli della gioventù appassionata, delle persone a lei care. La voce di Silvia Poggiogalli narra gli eventi; qua e là vengono recitati frammenti del suo lascito poetico. Sullo sfondo, la musicista Silvia Gramegna accompagna il tutto con una garbata e misurata filigrana di violino. Due figure, sulla scena, danno voce e presenza alla Pozzi; Antonia adolescente, interpretata dalla giovannissima Valentina Di Blasi, ed Antonia più grande, signorina, interpretata da Valentina Mannone. La scena si apre sul contorno di grandi veli a coprire il tutto, protagoniste comprese, tolti per mano dalla narratrice; immagine suggestiva, come di uno svelamento, appunto, teso a spazzare via la coltre d’oblio che ghermisce la vita e la figura di Antonia Pozzi, restituendola amabilmente alla memoria. Istantanee e poesie ripercorrono le passioni, le vicende umane, gli amori impetuosi; a partire da quello per il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, sorta di “mummia filosofante”, come da lei affettuosamente definito, con cui ebbe una relazione appassionata quanto osteggiata dai familiari. Quindi il trasporto amoroso per Remo Cantoni, forse non ricambiato; forse anche un amore saffico, per una compagna di corso d’Università. E poi le passioni, numerose ed intense, per la fotografia, per la montagna, per la letteratura; progettava un romanzo, Antonia, che assieme ad altre cose non riuscì a portare a termine. Infine i contorni del suo commiato terreno, avvolti da un velo di mistero voluto soprattutto dai suoi familiari, onde allontanare la vile onta della “morte procurata”. A quella vita, che non riusciva a volare in alto come lei desiderava, decise di porre fine. Come avrebbe fatto, molti anni più tardi, l’amico e compagno di studi Mario Monicelli. E forse proprio il gesto estremo del grande maestro può spiegare qualcosa di più del commiato finale di Antonia, pur se certo stride l’accostamento fra un suicido avvenuto a più di novant’anni – causa sopraggiunta malattia ed al termine di una vita magistrale quanto vissuta con pienezza – con quello di una giovane donna nel fiore degli anni. Ma è aldilà delle circostanze e dei dettagli cronologici che il legame si spiega e si rivela; è nel loro viscerale, assoluto amore per la vita, nella presenza delle loro eccezionali intelligenze e sensibilità, che in termini di vita mai avrebbero accettato compromesso alcuno. Vivere sempre, sopravvivere mai; in questa estrema sintesi potrebbero essere riassunte le ragioni dei loro gesti estremi.

Ciò che si respira, in questo appassionato tributo teatrale, è un profondo sentimento di rispetto e di verità per la vicenda umana e artistica di Antonia Pozzi. Una pièce raffinata, pregevole, che profuma di attenzione e garbo. Una nota di merito va a Valentina Mannone; apprezzabile per qualità coreutiche, preparazione, per la dizione impeccabile e per l’impostazione della voce. Doti ovviamente necessarie per ben figurare, e infatti ciò che colpisce è altro, cioè a dire la maturità che, pur giovanissima, mostra di avere. Una maturità che ha carattere d’eccezione per l’anagrafe, con cui per tutta la durata dell’opera riesce a mantenere un livello di tensione incredibile a dirsi. Quasi che lo spirito, il soffio vitale di Antonia Pozzi, alberghino nei suoi polmoni. Da tenere sott’occhio.

“Per troppa vita che ho nel sangue. La breve vita e la grande poesia di Antonia Pozzi”
Drammaturgia e regia – Anna Ceravolo
Scene, costumi e allestimento – Carla Ceravolo
Con Valentina Di Blasi, Valentina Mannone, Silvia Poggiogalli;
Musiche di Silvia Gramegna
Fino al 18 marzo al Teatro Di Documenti
Per informazioni e biglietti    www.teatrodidocumenti.it

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