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Crisi: uno sgradevole déjà vu argentino. Verbitsky: ‘Ora sì che sembrate l’Argentina’

ROMA – È talmente irreale la politica italiana nella sua tragica ripetizione della storia che viene da chiederci se stiamo sognando un incubo.

L’incertezza è d’obbligo perché ciò che vedono e avvertono alcuni di noi, pochissimi, non trova riscontro nei media, nei discorsi dei politici, persino nei dialoghi con gli amici … e ci vuole una forte certezza dell’essere per rimanere aggrappati al nostro sentire che mostra l’invisibile. Per fortuna che ogni tanto una ventata di verità viene a confermare la nostra visione degli accadimenti.
Ad esempio si può notare quanto i discorsi ‘giapponesi’ e ‘germanici’ di Monti assomiglino molto ad un tentativo di restaurazione dell’Asse Giappone-Italia-Germania che ebbe sbocchi ben tragici … fantasie? Può darsi, vedremo … intanto la Germania ha già chiesto di appropriarsi delle nostre riserve d’oro.
Certo è che i continui messaggi che parlavano di un “pericolo Argentina” per il nostro paese – lanciati anche dal nostro giornale – non sono stati presi molto in considerazione … i soliti esagerati hanno pensato i benpensanti.
Ieri sulle pagine de ‘il Fatto’ è giunta una autorevole conferma alle nostre “elucubrazioni”: Horacio Verbitsky ha scritto un articolo dal titolo molto eloquente,  ‘Ora sì che sembrate l’Argentina’.
Verbitsky è il più famoso giornalista argentino: oltre ad essere uno dei quattro vincitori del premio per la Libertà di Stampa CPJ, in seguito al suo lavoro di reportistica sui fatti della dittatura e per la sua difesa della libertà di stampa, è stato insignito di moltissimi premi e riconoscimenti tra cui quello della Commission Nationale Consultative des Droits de l’Homme. In Italia è conosciuto soprattutto per i suoi libri ‘Il volo’ e ‘L’isola del silenzio’, recensiti in questa testata, che raccontano dei fatti tragici e criminosi accaduti in Argentina durante la dittatura militare che portarono alla sparizione di migliaia di persone.

Il dramma dei desaparecidos, come racconta coraggiosamente Verbitsky, fu fortemente voluto dalla chiesa cattolica argentina e dalla plutocrazia americana. I militari argentini furono solo i feroci esecutori dei taciti diktat  delle corporations Usa e dell’Opus Dei. 

 

 

 

Horacio Verbitsky, con un candore che hanno solo le persone molto pulite, inizia parlando dell’articolo 18 come di «uno sgradevole déjà vu» argentino. Il giornalista poi prosegue narrando le tappe che portarono alla crisi devastante del 2001, tappe che sono identiche alle nostre di oggi.
«Il presidente Carlos Menem (1989-1999) abolì le leggi a tutela dei lavoratori che garantivano diritti ottenuti dopo decenni di lotte sociali, cosa questa che non aveva osato fare nemmeno la dittatura militare. (…) Stabilendo il rapporto di parità tra dollaro americano e peso argentino, Domingo Cavallo (il tecnico che preparò la riforma del mercato del lavoro ndr) fece calare immediatamente l’inflazione e avviò un programma di riforme il cui scopo era quello di migliorare la competitività dell’economia. La brusca stabilizzazione così ottenuta permise a Menem di vincere le elezioni successive e di portare avanti un programma di smantellamento delle conquiste sociali, di liberalizzazione finanziaria, di deregulation e di privatizzazioni che causò indebitamento con l’estero per sostenere la finzione secondo cui un peso valeva quanto un dollaro, deindustrializzazione e dismissione delle industrie pubbliche.

La flessibilità del lavoro fu una delle pietre angolari di questo modello. La perdita di stabilità del lavoro e la legalizzazione dei contratti a tempo determinato o a salario ridotto o senza benefici sociali per i nuovi lavoratori ridussero il costo del lavoro e fecero lievitare i profitti delle imprese, il cui contributo al sistema pensionistico subì una drastica riduzione. Di conseguenza il sistema pensionistico venne privatizzato e i fondi pensione gestiti dalle grandi banche.  In questo modo scrive Verbitsky, “invece di registrare aumenti di produttività, il settore industriale entrò in crisi profonda. La chiusura di moltissime attività produttive, che non potevano competere con le importazioni a prezzi molto bassi, fece lievitare la disoccupazione fino a livelli mai toccati in Argentina. (…) Il modello economico collassò definitivamente nel dicembre 2001.”

IL TASSO di disoccupazione toccò il 25%, le banche confiscarono i depositi dei correntisti, i prestiti del Fmi furono utilizzati per finanziare il salvataggio dei grandi capitalisti che riuscirono a far uscire dal Paese migliaia di milioni di dollari prima che il sistema bancario presentasse il conto ai comuni cittadini. Quando venivano licenziati, i lavoratori smettevano di versare i contributi al loro fondo pensione e i loro conti correnti andavano in rosso anche per le esose commissioni delle banche.

LE BANCHE, disponendo di una elevata liquidità, cominciarono a prestare denaro a tassi molto alti allo Stato che si era svenato trasferendo risorse al sistema pensionistico.
Circa tre milioni di lavoratori che avevano raggiunto l’età della pensione rimasero senza lavoro e senza pensione. »

Non c’è molto da aggiungere a quanto ha scritto Verbitsky. L’Argentina, grazie alle iniziative economiche varate da Nestor Kirchner e in seguito dalla sua vedova Cristina Fernandez de Kirchner che governerà dal 2007 e verrà rieletta nel 2011 con il 54% dei voti, ha voltato pagina. Per riuscire in questa impresa titanica i Kirchner abolirono un po’ alla volta tutte le riforme introdotte dal governo tecnico di Cavallo: «I diritti dei lavoratori furono ripristinati, le pensioni, che erano state congelate nel decennio precedente, furono incrementate due volte l’anno in misura superiore all’inflazione, il sistema pensionistico divenne nuovamente pubblico e vennero reintegrati i lavoratori che erano stati esclusi dal mondo del lavoro.»
Oggi in Argentina è tornata la democrazia e con essa il benessere economico. Mentre in Italia si parla di default inevitabile.

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