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Teatro. Intervista a Balkissa Maïga, la star del Mali

ROMA – No, non è una che storpia con pedestre non-chalance «Morriccione» come Ivanka a Sanremo. Per salire sul palco ha fatto le prove.

Si è allenata con l’italiano, mi rivela l’attrice simbolo del Mali Balkissa Maïga poco prima di presentare il Festival del film francofono organizzato dall’Institut Français-Centre Saint-Louis di Roma. Balkissa è una vera afropolitan [cosmopolita africana]: parla il songhai, il bambara, un ottimo francese e un disinvolto italiano.

La sua passione per il teatro è nata presto, nel 2003, quando faceva ancora il liceo nella capitale Bamako. Ma prima di diventare una stella del Subsahara, ha dovuto superare i no della famiglia. «Mia mamma è sempre stata al mio fianco. Mio papà e mio nonno, invece, non mi hanno più parlato perché il mondo dello spettacolo è visto male nel mio paese [il Mali ha 15 milioni di abitanti, l’80% musulmani]. Poi, però, i rapporti sono migliorati quando ho cominciato a lavorare e a guadagnare. Vedendomi in tivù o nei cartelloni pubblicitari, dicevano orgogliosi:‘Questa è mia figlia’,‘Questa è mia nipote’».
Non c’è dubbio. Balkissa non è una diva da fotoromanzo, anche se ne ha girati tanti per la rivista femminile maliana MUSOW. È più a suo agio con il teatro greco, piuttosto. Si sente Antigone, l’eroina di Sofocle che combatte contro una legge  immorale. L’ha interpretata, dice, a Losanna nella versione di Bertold Brecht. Nel 2007 ha partecipato a una campagna pubblicitaria contro l’infibulazione che va ancora in onda alla tv nazionale e nell’unico canale privato del Mali. Ma purtroppo non vede un indignez-vous come si deve da parte delle sue connazionali. «C’è molta ipocrisia, dice. Nella giornata mondiale contro l’infibulazione, le maliane vanno in tivù a denunciare questo retaggio del passato, ma poi lo praticano nelle case private».

D. LEI È UN’ATTRICE BELLA E EMANCIPATA. IL PRIMO MINISTRO DEL MALI ERA UNA DONNA FINO A QUALCHE GIORNO FA. MA C’È ANCORA POCA UGUAGLIANZA TRA I SESSI NEL SUO PAESE.  
R. «Il codice di famiglia del 2009 non è mai stato approvato. Nei villaggi si celebrano ancora baby-matrimoni e le ragazze non studiano. Se si esce da Bamako le bambine frequentano solo il primo livello perché la scuola è lontana anche 10 km da dove abitano. Poi i genitori non ce le mandano più: hanno paura che le violentino per strada. Così stanno in casa a cucinare e a 12, 13 anni le fanno sposare. In città, invece, le ragazze vedono la tivù. Lì la mentalità sta cambiando, anche se molto lentamente. Bisogna studiare. La cultura è tutto. E’ la mia casa. È l’unico posto in cui ho trovato la vera libertà».

D. A PROPOSITO DI LIBERTÀ POLITICA, IL 22 MARZO SCORSO I SOLDATI DI UNA GUARNIGIONE VICINO ALLA CAPITALE HANNO DEPOSTO IL PRESIDENTE AMADOU TOUMANI TOURÈ. SI LAMENTAVANO DI ESSERE MALPAGATI, E DI NON RIUSCIRE A CONTRASTARE I RIBELLI SECESSIONISTI DEL NORD.  
R. «Non mi aspettavo un colpo di stato militare. Il Mali è da almeno vent’anni uno dei Paesi più democratici e stabili dell’Africa occidentale. E’ molto grave quello che è successo. In questo momento c’è una grande confusione. Sono appena stata a Bamako – dove vive la mia famiglia – in gennaio, ma la situazione non mi era sembrata così critica».

D. UN FULMINE A CIEL SERENO O QUASI, IL GOLPE…
R. «Dall’inizio dell’anno, in effetti, il problema dei ribelli Tuareg nel Nord del Paese – alleati con al-Qaeda – si è aggravato. Gheddafi è morto, ma non è ancora morto. Ci ha lasciato un’eredità nel deserto. I ribelli schierati con l’ex dittatore libico stanno combattendo con armi pesanti per ottenere l’indipendenza. Purtroppo non abbiamo avuto aiuti dall’esterno. La Francia ci ha lasciato soli. Il presidente Tourè ha fatto del suo meglio, ma era solo contro i Tuareg».

Facendo gli scongiuri contro la guerra civile in Mali, saluto Balkissa [che sta anche lavorando alla traduzione di un testo teatrale sull’immigrazione]. Arrivederci al prossimo Francofilmfestival, sperando che ci sia. Lancia l’appello lei: «il festival è bello, coinvolge più di 70 paesi, è scambio culturale. Facciamolo ancora».

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