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La tangentopoli di Belsito in casa Lega. Il tesoriere si dimette

ROMA –  Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando la Lega cavalcando l’onda di tangentopoli gridava ai quattro venti “Roma ladrona, la Lega non perdona”.

Era il 1992, anno durante il quale il Carroccio si  fece paladino di una battaglia all’ultimo sangue contro quei partiti corrotti dalla smania del potere che avevano creato un sistema di finanziamento illecito ai partiti sulla pelle di ignari cittadini.
I diretti interessati, allora seduti al banco degli imputati sotto le sferzanti domande dei Pm, si nascondevano dietro  a quelle cattive abitudini che con il tempo  – a detto loro –  erano diventate una normalissima  consuetudine. Insomma, lo facevano tutti come ci fosse un tacito e silenzioso accordo tra le parti.

L’inchiesta dell’epoca chiamata per l’appunto “mani pulite” provocò  lo sdegno nazionale, seguito da un’incazzatura generale con lanci di sonanti monetine  e tanta rabbia tra quegli italiani delusi da questa dilagante abitudine politica che aveva preso piede nelle alte sfere delle istituzioni e che ora emergeva dal vaso di pandora dov’era stata segretamente nascosta  per anni.
E oggi paradossalmente il terremoto ha colpito anche la casa della Lega, lo stesso partito che nei primi anni ’90 sfruttando l’indignazione popolare di tangentopoli divenne una delle maggiori forze politiche nel nord Italia. Certo non è il partito  indagato, bensì un suo esponente, ma il fatto che sempre più spesso i controlli siano insufficienti per evitare conseguenze spiacevoli,  specie quando si maneggiano grandi quantitativi di denaro, fa un certo che.

Oggi ci sono ben tre Procure quella di Milano, Napoli e Reggio Calabria che stanno indagando sul tesoriere della Lega Nord nonchè ex  sottosegretario alla Semplificazione nel governo Berlusconi,  Francesco Belsito, accusato di reati gravissimi:  truffa aggravata ai danni dello Stato, appropriazione indebita  e finanziamento illecito ai partiti.  Belsito, inoltre, secondo l’accusa,  avrebbe anche distratto soldi dei rimborsi elettorali per coprire “esigenze  personali di familiari del leader della Lega Nord”, ovvero Umberto Bossi.

L’indagine è partita da accertamenti su transazioni finanziarie sospette, tra l’altro denunciate da un militante della Lega,  di cui erano protagonisti, secondo l’accusa, due uomini d’affari anche loro indagati: Paolo Scala e Stefano Bonet. E’ proprio grazie ai due affaristi che i pm risalgono al tesoriere del Carroccio, il quale è indagato a Napoli per truffa sui rimborsi elettorali connessi al finanziamento pubblico ai partiti e sul riciclaggio, a Milano per appropriazione indebita e a Reggio Calabria è indagato per “aver agevolato” la ‘ndrangheta e in particolare la “cosca De Stefano, riciclando somme di denaro di rilevante importo (1,2 milioni di euro prima e 4,5 milioni di euro poi) trasferite all’estero, Cipro e Tanzania”.
E nell’inchiesta dei magistrati di Reggio sarebbero coinvolte altre sette persone, tra cui Romolo Girardelli, il faccendiere del clan di ‘ndrangheta De Stefano.

Insomma una bella grana, apparentemente più corposa per i reati ipotizzati rispetto alla Tangentopoli degli anni ’90. Tuttavia tralasciando i particolari dell’inchiesta giudiziaria che farà il suo corso, la vicenda apre una riflessione in termini politica assai preoccupante. L’ex ministro degli Interni Roberto Maroni propone una reazione immediata della Lega, in modo da dimostrare che il suo partito non ha nulla da nascondere.
Eppure le avvisaglie nei confronti di Belsito in passato c’erano state a partire dall’inchiesta lanciata da il  Secolo XIX che indagò per primo sui meriti di questo personaggio pubblico,  durante la nomina nel 2010 che lo investì a vicepresidente di Fincantieri.
Il quotidiano ligure puntò i riflettori proprio sulle lauree conseguite da Belsito, una a Londra in Scienze politiche, che per essere convalidata nel territorio italiano necessitava di un passaggio attraverso una facoltà italiana mai avvenuto  e una a Malta in Scienza delle Comunicazioni  conseguita presso un Università privata di Malta, ma non riconosciuta dall’Italia.
Bisogna aspettare ancora 2 anni, quando nel gennaio del 2012 sempre il tesoriere riesce a stanziare oltre 7 milioni di euro di rimborsi elettorali e poi li investe in Tanzania in Norvegia e a Cipro. Operazioni che richiamano l’attenzione degli inquirenti che avevano fiutato  aria viziata. Si scopre così un giro di false fatture e  somme occultate per svariati milioni di euro che entravano e uscivano attraverso società compiacenti. Un’ingente somma, circa 18 milioni di euro, che Belsito avrebbe sottratto al suo partito.
Intanto il tesoriere dopo essersi recato nella sede di Via Bellerio si è dimesso dal partito.

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