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Petrolio. Cambia il paradigma. L’Argentina si riprende il suo oro nero

Con il recupero di YPF l’interesse pubblico viene messo prima delle leggi del mercato



ROMA – Quasi un colpo di teatro, per la tempistica (al ritorno dalla Cumbre de las Americas) e la rapidità, quello di Cristina Fernandez de Kirchner, Presidenta dell’Argentina, quello di ieri. Una misura che in realtà si aspettava da tempo come ulteriore passo in avanti nel recupero della sovranità nazionale. Tredici anni dopo avere perduto il controllo della compagnia petrolifera YPF a vantaggio della spagnola Repsol, svenduta da Menem nel 1992, ha infatti annunciato nel corso di una partecipatissima conferenza stampa che il paese ne riprenderà il controllo. L’operazione avverrà attraverso l’approvazione parlamentare di una legge che prevede la nazionalizzazione del 51% della compagnia petrolifera. Mentre la Presidenta faceva l’annuncio il sottosegretario al coordinamento del Ministero della Pianificazione, Roberto Baratta, si è presentato nella sede centrale di YPF, a Puerto Madero, con il decreto esecutivo e una lista di persone che avrebbero dovuto abbandonare l’edificio in 15 minuti. Poco dopo è giunto il Ministro Julio De Vido che è stato designato come Commissario in questa fase di passaggio.

Il progetto di legge prevede di espropriare il 51% delle azioni di YPF, stabilendo inoltre che le azioni soggette a tale espropriazione siano quelle appartenenti alla compagnia petrolifera spagnola che in questo modo vedrà la sua partecipazione ridursi dal 57 al 6 per cento. Le azioni cedute da Repsol verranno ripartite tra il Potere esecutivo (51%) e le province in cui si estrae petrolio (49%). L’intervento statale è stato giustificato da Fernàndez con la caduta di produzione che si è generata dopo la privatizzazione e che ha portato il paese a registrare un saldo commerciale negativo in materia di combustibili di 3029 milioni di dollari; “Tutto questo indica – ha proseguito la Presidenta – che l’impresa dovrebbe essere in perdita.


Se si abbassano le riserve e si riduce la produzione di petrolio un’impresa che vende nafta e benzina dovrebbe stare in perdita, però non è stato così. YPF è riuscita a duplicare le sue entrate attraverso l’aumento dei prezzi.” La mancanza di investimenti e lo sfruttamento violento di una risorsa non rinnovabile sono stati al centro del suo discorso insieme al richiamo sulla necessità di un  controllo sulle risorse naturali da parte del paese. E mentre in Argentina tutti plaudono alla decisione, l’opposizione con i suoi distinguo e i sindacati più convintamente, Repsol, il Governo spagnolo e l’UE hanno espresso ‘preoccupazione’, ‘disappunto’e hanno tuonato contro Fernàndez. Resta da capire perché azioni che puntano al recupero della sovranità di una nazione, al tentativo di porre fine allo sfruttamento straniero vengano definite antidemocratiche e populiste. La sindrome del colonizzatore è dura a morire e per noi ‘civili’ europei è faticoso riconoscere che gli equilibri stanno cambiando. Ma dobbiamo farcene una ragione.

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