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ROMA – IL rapporto Osservasalute, presentato oggi a Roma all’Università Cattolica, getta inquietudine sull’attuale crisi economica che sta attraversando il Paese.

I suicidi, e questo in parte già lo sapevamo dalle recenti cronache, sono in costante aumento. Le vittime, sempre secondo lo studio, sarebbero più frequenti al nord, tra uomini non sposati, i quali  afflitti da una situazione finanziaria senza via d’uscita decidono di togliersi la vita. E questo fenomeno rispetto al passato è in costante aumento anche in Italia, come non si era mai verificato, visto che non è mai stata considerata un paese a rischio suicidio.
“Nel biennio 2007-2008,  – riporta il dossier – il tasso medio annuo di mortalità per suicidio è pari a 7,26 per 100.000 residenti di 15 anni ed oltre. Nel 77% dei casi, il suicida è un uomo. Il tasso standardizzato di mortalità è pari a 11,27 (per 100.000) per gli uomini e 3,15 (per 100.000) per le donne, con un rapporto uomini/donne pari a 3,6. Vi è una variabilità geografica marcata, con tassi maggiori nelle regioni del Nord, anche se con alcune eccezioni”.

Antidepressivi in aumento

E non solo i gesti estremi danno un quadro preoccupante, ma  come evidenzia il rapporto, l’uso  di antidepressivi e psicofarmaci è sempre più frequente come nel resto d’Europa. E la causa, spiegano gli esperti,  è sempre da ricercarsi nella crisi economica che ha sistematicamente amplificato quel senso di profonda incertezza e insicurezza, spesso anticamere di patologie più gravi.
L’aumento,  questa volta, non conosce regioni, ma si diffonde indistintamente su tutta la penisola,  anche se  la Toscana e la Liguria, la provincia di Bolzano, l’Emilia Romagna e l’Umbria sembrano primeggiare. E assieme alla terapia psichiatrica c’è una crescita esponenziale di persone che si rivolgono anche a psicologi e psicoterapeuti alla ricerca di un sostegno morale che vada al di là della pasticca. Una richiesta che è addirittura aumentata del 10% secondo lo studio condotto da Eurobarometer, soprattutto tra le persone che hanno superato i quarant’anni.  Ma non è sufficiente per affrontare al nocciolo il problema perchè gli psicofarmaci vengono spesso consigliati dalla medicina generale e finiscono per diventare dei palliativi, specie quando si parla di depressione, ansia o attacchi di panico. Patologie che dovrebbero essere affiancate da un percorso psicoterapeutico.
Come precisa la dottoressa Roberta Siliquini, ordinario di Igiene all’Università di Torino: “Il rischio è di confondere e non approfondire se c’è un vero quadro clinico depressivo o una forma di disagio che può essere gestita con un percorso psicoterapeutico adeguato – ha spiegato Siliquini – così il farmaco rischia di divenire un pò una panacea per curare un disagio scaturito in realtà da eventi esterni e non da un quadro organico di malattia, eventi legati soprattutto alla situazione socio-economica attuale. Laddove la diagnosi non sia certa l’uso del farmaco rischia di essere inappropriato e, poichè si tratta comunque di terapie lunghe e complesse, è bene scoraggiarne il più possibile l’uso scorretto”.

Salute in pericolo. Troppi tagli

E in queste particolari sofferenze, causate dalla crisi, la sanità avrebbe un compito importantissimo, se non fosse per la gestione in cui versa e i tagli a cui è stata sottoposta con le recenti manovre.
Insomma il rapporto non lascia dubbi in proposito: la salute degli italiani è in pericolo. Aumentano infatti i fattori di rischio, diminuisce la risposta dei servizi pubblici e le Regioni risparmiano sulla prevenzione. In più, la crisi erode la rendita del Paese sia in termini di salute dei cittadini sia sul versante sanitario. Insomma, la situazione  si avvia all’insostenibilità soprattutto nelle Regioni sottoposte a piano di rientro. Un quadro davvero desolante.
Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto di Igiene della Facoltà di Medicina e Chirurgia della Cattolica, presente oggi,  parla di un peggioramento: “Le ultime manovre economiche realizzate in Italia in risposta alla tempesta finanziaria – sottolinea infatti l’esperto – hanno portato al ridimensionamento dei livelli di finanziamento dell’assistenza sanitaria già dal 2012; all’introduzione di ulteriori ticket; a tagli drastici nei trasferimenti alle Regioni e alle municipalità dei fondi su disabilitò e infanzia». Inoltre, informa l’esperto, “i tagli non riducono l’inappropriatezza di molti interventi sanitari, quindi gli sprechi, non  migliorano la qualità delle cure, anzi appesantiscono ancor più le liste di attesa”.

Il rapporto integrale è scaricabile QUI

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