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Cpa, Cpam, Cie, Cara, Cpt. Nel nome dei non luoghi

ROMA – Cpa, significa centro di prima accoglienza, si legge “non luogo”. Una stazione, un centro commerciale, una cella, un supermercato. Una bolla, il vuoto.

Sono tutti luoghi dell’inesistente, ne  abbiamo piene le città. Li conosciamo e ne abbiamo abbracciato l’incomunicabilità, la capacità disidentificante, le musiche e i rumori mangia suoni, le pubblicità e le pornografie mangia immagini, le norme e gli slogan mangia parole. Sono parti di un labirinto costruito dall’alto per occupare il tempo dei dispersi, dei camminanti sulla terra. Hanno pareti che distanziano e soffitti che tagliano le ali. Hanno porte troppo chiuse per sentirsi proprietari di una chiave e finestre troppo alte per vedere oltre. Hanno nomi risonanti, sigle che richiamano professionalità, a volte antichi valori. Nomi che cambiano per sembrare risposte più moderne alle esigenze, a volte create ad hoc, della contemporaneità. La “a” di accoglienza sta alla “s” di un supermercato.

La “p” di prima sta alla “g” di train à grande vitesse. Se è Cpam la “m” lo caratterizza, a differenza dei Cara, centri di accoglienza per richiedenti asilo, o dei Cie, centri di identificazione ed espulsione (ex Cpt, centri di permanenza temporanea), i Cpam ospitano dei minori. Sono tutti prolungamenti della frontiera. Sei arrivato in Italia, hai un piede tirato altrove. Un piede gettato nel vuoto. Puoi mangiare, puoi dormire, ma devi aspettare un ok per sentirti libero di vivere come vuoi. Il Cpa da luogo di passaggio diventa luogo di attesa, di lunga attesa. Dal mese previsto i tempi di permanenza si dilatano di routine e arrivano a superare l’anno. Un anno accolti in un non luogo, con la libertà di muoversi per la città di pomeriggio (se fortunati), ma senza documenti. Di studiare l’italiano senza sapere se ha un senso farlo. Allora si passa il tempo a pensare, e i pensieri infittiscono le giornate, le paure annebbiano le viste. I silenzi stagnano e i dubbi appiattiscono le certezze. Ragazzi che dai dieci anni hanno visto la guerra con i propri occhi, che non salivano a casa se si sparava, ma che impugnavano sassi e difendevano i propri cari. Persone senza più famiglie e con dei blocchi nel ricordare.

Traumatizzati dalle violenze o dalle povertà. Uomini che hanno attraversato deserti, a piedi, hanno dormito sotto gli alberi e mangiato radici. Derubati da banditi e schiavizzati da mercanti. Chiusi in galera perché neri o perché senza documenti. Volevano l’Italia e ora che ce l’hanno si accorgono che dodici strati di cellofan la proteggono.

Il primo si chiama riconoscimento età: dimmi quanti anni realmente hai e puoi fare un passo fuori. Il secondo, relazione sociale: inizia a farti conoscere, sintetizza con un assistente sociale le tue avventure in venti righe. Il terzo, la tutela: se sei minorenne dovrai aspettare che il comune ti assegni un tutore, se sei maggiorenne, non ti preoccupare, ci sarà sempre qualcuno da aspettare che prenda in gestione le tue pratiche. Poi, l’stp: se stai male devi farti una tessera speciale per accedere agli ospedali italiani. Quinto il Ctp: vuoi imparare l’italiano, devi iscriverti a dei corsi speciali. Sesto la verbalizzazione: scrivi bene, di tuo pugno, che richiedi asilo per problemi che ti riserverai di spiegare nelle sedi opportune. A seguire il fotosegnalamento: impronte e foto in Questura, così si può controllare meglio il tuo passato.

Ottavo l’avvocato, trovati un avvocato gratis. Nono, la memoria: sono passati 7,8 mesi da quando sei arrivato in Italia, forse ti sarai spersonalizzato un po’, ma devi avere le idee più chiare sulla tua storia personale. Decimo, l’iscrizione all’ufficio immigrazione, c’è una pseudo anagrafe anche per te. Undicesimo, una nuova soluzione abitativa, i Cpam ti ospitano fino ai 18 anni, i Cara sono sempre più pieni, potresti essere costretto a cercarti un letto in un dormitorio. Dodicesimo, la commissione: in bocca al lupo.

Nei Cpa gli operatori, gli educatori, i responsabili, aiutano i ragazzi a bucare questi strati di cellofan, a scartare i veli che li rinchiudono, si intercettano relazioni e si vive-lavora su due fronti, quello burocratico-istituzionale e quello umano. All’accompagno nel rito iniziatico del risveglio nei dodici strati si affiancano gli incontri con gli utenti e da questi incontri gli utenti devono prendere le forze per continuare a credere nel loro viaggio e nell’Italia. Devono rielaborare le loro crisi e affrontare i loro ricordi. Gli operatori devono “accogliere” queste persone, non solo distribuendo pasti e beni di prima necessità, ma orientandoli al lavoro e alle possibilità sul territorio.

In questa lunga fase sono per gli ospiti l’unico pezzo d’Italia a cui aggrapparsi, a cui domandare le loro curiosità, con cui sfogarsi. Il gioco vuole che su decine di persone si concentrino tutti i bisogni di relazioni umane di centinaia di persone. E allora l’odio, la stima, l’amicizia, l’antipatia, la fiducia, il modello, lo scontro, l’indifferenza e l’incontro.  E’ l’équipe di un centro che può aprire i cancelli di un non luogo e rendere meno triste questa transazione. La stessa équipe può però essere motivo di maggiore disagio oltre che di non accoglienza. Allora ad educatori professionali e ad operatori è prezioso l’affiancamento di mediatori linguistici e culturali, psicologi e antropologi.

La costruzione di progetti legati all’arte e allo sport. Tutto ciò è molto difficile, vista la crisi. Fuori dal centro poi, altri cellofan aspettano questi ragazzi, gli sguardi sospetti degli italiani, l’egoismo individualista del prossimo, il razzismo del 2012, l’ignorante paura del musulmano, il costo della vita, la grande città, il precariato. Uomini venuti da lontano, resi invisibili in una bolla nella bolla, un non luogo nel non luogo. I padroni di casa? I cittadini italiani? Non vedono, non sentono, non parlano. Stanno male anche loro, ma così non dovevano sentirsi più sicuri? Sono disoccupati anche loro, ma non erano gli stranieri che rubavano il loro lavoro? Sono anche loro in qualche altra bolla nella bolla, in qualche altro non luogo nel non luogo.

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