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Mercato del lavoro. Il dito e la luna

ROMA – Nella giornata di oggi la Camera ha approvato il “ddl. lavoro”. Una norma manifesto, poco più o poco meno.

Nel merito dei diversi dispositivi che  lo compongono non intendo soffermarmi in questa sede; valgono a comporre il quadro i giudizi che le  organizzazioni della rappresentanza sociale hanno espresso; ciascuna per sé. I gruppi parlamentari della “strana maggioranza” ne hanno preso atto, così come della pressione messa in campo dal Governo apponendo la richiesta del voto di fiducia, motivata come sappiamo (il vertice europeo, l’attesa dei mercati, ecc.).
Pochi spazi di manovra per tutti; ciascuno ha “reso testimonianza”, più che agire per acquisire risultati reali. Il presidente di Confindustria è stato il più esplicito, ma ha manifestato un sentire ben più diffuso, e comunque una condizione di fatto.
La vicenda, però, merita qualche riflessione lungimirante; non può essere rubricata come stato di necessità contingente.
Innanzitutto non può essere sottaciuto che tutta la fase di impostazione del provvedimento è stata accompagnata da argomentazioni di carattere prevalentemente ideologico; difficile rintracciarvi elementi di effettiva novità rispetto al dibattito sviluppatosi, sul mercato del lavoro, nel corso degli ultimi due decenni.

Proclami ideologici, privi di argomentazioni

 E i dispositivi contenuti nella norma ne sono la testimonianza: qualche grado di razionalità in più rispetto al delirio de-regolatorio praticato al tempo degli sfascia-carrozze (leggi Sacconi), e comunque ispirazione prevalentemente liberalizzatrice supportata da proclami propriamente ideologici del tipo: “la competitività del nostro sistema produttivo è ostacolata da un mercato del lavoro troppo rigido”, ovvero: “per far entrare i giovani serve più flessibilità” salvo, nel contempo, prolungare ed irrigidire la permanenza nel lavoro di chi il lavoro ce l’ha. Il tutto assertivamente declamato, mai argomentato. Ideologia di antica memoria, appunto.

Nessuno si interroga sul modello sociale

In secondo luogo -e a me pare questo l’elemento di più stridente contraddizione, non  da parte del solo Governo- mentre tutta questa problematica viene collocata nel contesto dello scenario europeo (“è l’Europa che ce lo chiede”), non c’è nessuno, da nessuna parte nota, che si stia interrogando sul modello sociale di quella Europa che pure, giustamente, quasi tutti dichiariamo di voler tener insieme e rilanciare come soggetto unitario. Da Delors in poi. Nessun luogo istituzionale, intendo; nessuna sede di confronto; tutt’al più qualche isolato intellettuale.

Eppure i temi del lavoro e del rapporto delle persone con il lavoro, inteso come luogo della mediazione tra l’individuo e la collettività, sono fondativi del modello di società.
L’Europa è già oggi la comunità a cui apparteniamo e di cui, ad un tempo, siamo artefici; quale profilo vogliamo attribuirle, da questo punto di vista? Ancor prima che questione di regole è questione di valori. Si dirà, al contrario, che tutti i sacri testi di emanazione comunitaria si richiamano frequentemente al “modello sociale europeo”, ma è un riferimento poco più che rituale, e per lo più, con ciò, si evocano elementi distintivi di alcune delle esperienze che hanno storicamente connotato l’organizzazione degli stati e delle società nazionali confluiti nella Unione Europea e, oggi, nella cosiddetta “area euro” (l’esperienza storica della socialdemocrazia nord-europea piuttosto che l’idea partecipativa sottesa alla Costituzione italiana del ’48). Si tratta dunque di riferimenti prevalentemente rivolti al passato. Preziosi, ma da ripensare nella prospettiva dell’Europa che vogliamo costruire. Limitiamo pure la riflessione ai temi del lavoro e delle sue regole, si può forse pensare, ad esempio, che il modello della Mitbestimmung sia quanto basta per informare il futuro delle relazioni industriali da Cipro all’Olanda, dalla Polonia al Portogallo? Se no, dove e quando inizierà questa discussione?
La domanda ha, evidentemente, del paradossale, ma vale la pena porsela oggi, quando tutto ciò che si muove attorno all’idea di Europa, davvero tutto, è dedicato all’imperscrutabilità dei mercati finanziari. E null’altro.
Ecco a cosa ho pensato in questi giorni, osservando il tormentone messo in scena intorno al ddl. lavoro. Il paradosso del dito e della luna coinvolge tutti; anche le forze sociali; anche il Sindacato.

   
 
 

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