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L’deologia della non concertazione

ROMA – Nel confuso cianciare che si è acceso dopo l’affermazione del Presidente Monti che ha attribuito alla concertazione tutti i mali della nostra economia –perfino Benedetto Della Vedova ha consegnato il suo giudizio alla storia-  si sommano approssimazione, insipienza della nostra storia sociale e dosi massicce di ideologia.

Per le principali forze sociali –certamente per la cgil, che pare essere il bersaglio principale di questa polemica- “concertazione” non è mai stato sinonimo di “consociazione”. Nei primi anni ’90 il dibattito, ed anche la polemica, fra le organizzazioni confederali furono del tutto espliciti; in particolare la cgil sostenne con grande vigore che “la pratica della concertazione non è e non può essere un fine, un obiettivo in sè” se non a costo di abdicare alla propria autonomia da parte di chi rappresenta legittimamente interessi sociali costituiti. Dunque nessun desiderio di consociazione o di improprie commistioni di ruoli e funzioni.

Ma con altrettanta determinazione il Sindacato Confederale rivendica la propria identità di soggetto politico. La sua “politicità” discende dal fatto di essere rappresentanza generale, non corporativa, del lavoro; e il lavoro, come afferma inequivocabilmente la Costituzione, e come il Presidente Monti ben sa, è soggetto collettivo fondante la nostra Repubblica.

Dunque, senza intaccare in alcun modo le prerogative del Parlamento, del Governo e degli altri livelli istituzionali, la pratica del confronto non formale sui programmi di governo fra chi ne detiene la responsabilità e le fondamentali rappresentanze sociali è semplicemente il modo più giusto e proficuo per esercitare la funzione di governo. Sarà l’esito del confronto a decidere se le decisioni finali saranno “concertate”, oppure no.  Nel dibattito fin qui sviluppatosi si è fatto da più parti riferimento alla esperienza del ’93; riferimento appropriato, anche se a me, in questa sede, interessa soffermarmi sui significati generali della questione, più che sulle esperienze reali.

Qual è, dunque, il senso della improvvida esternazione del Presidente Monti? Si intende forse affermare che il Governo ed il Parlamento si confrontano direttamente con la società e gli interessi in essa costituiti, senza bisogno di soggetti intermedi che li rappresentino? Se così fosse mi permetterei di sottoporre al Presidente una domanda e un consiglio. La prima: è davvero certo che il “Governo dei tecnici” e questo Parlamento –questi partiti- sappiano interpretare al meglio i bisogni e gli interessi della società reale, del mondo del lavoro e non solo? In secondo luogo, se il Presidente Monti è davvero convinto, da liberale-conservatore quale egli è, che confrontarsi con le rappresentanze sociali sia nulla più che perdita di tempo, o cedimento inevitabile ad interessi corporativi regressivi, abbia l’onestà intellettuale di trarre fino in fondo le conseguenze del suo pensiero: apra la discussione sulla Costituzione del ’48, ne proponga una revisione radicale (prima parte compresa). E se ne assuma, ovviamente, la responsabilità. Tutto risulterebbe più chiaro.
In conclusione: evitando comunque processi alle intenzioni, ciò che si fatica a comprendere, e che stupisce, è perché mai si sia voluto immettere nel dibattito che attraversa la società italiana in una fase tanto delicata della propria vita, una dose tanto massiccia di pura ideologia. Francamente non ce n’era bisogno.

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