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Corruzione: vantaggi per pochi, danni per tutti

ROMA – In questa estate caldissima sia dal punto di vista meteorologico che da quello finanziario viene spontaneo chiedersi non tanto cosa stia succedendo, ma soprattutto come si sia potuti arrivare a questo punto senza che nessuno, società civile compresa, avesse la forza ed il coraggio di dire basta e di comprendere che il problema che ci affligge è più diffuso e radicato di quanto vogliamo credere. Viviamo nel tempo dell’anti politica, tuttavia ci domandiamo come si possa essere contro qualcosa che in realtà non esiste più, o almeno non esiste in quei termini per cui la politica, intesa come l’amministrazione della “polis” per il bene di tutti, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano, era stata pensata.

La profonda crisi del Paese affonda le sue radici in una sfiducia generale dei cittadini nei confronti delle istituzioni, accusate di essere completamente assenti in un momento in cui gli italiani avrebbero bisogno di individuare dei punti di riferimento per combattere il senso di incertezza che investe il loro futuro. Ciò premesso, esiste un terzo elemento, forse più pernicioso degli altri, spesso sottaciuto perché trasversale ad una parte sempre più consistente della società, un vero e proprio modo di vita, tollerato perché, a torto, considerato una sorta di ammortizzatore sociale frutto di un approccio culturale sbagliato e sempre più pericolosamente associato, anche nel resto del mondo, all’Italianità.

Stiamo parlando di quel fenomeno nemmeno più così strisciante visti gli accenni quotidiani della stampa chiamato corruzione. Stando infatti a quanto dichiarato dalla Corte dei Conti alcune settimane fa, limitandosi alle grandi opere pubbliche da realizzare, queste produrranno per la collettività un costo aggiuntivo di circa 93,6 miliardi di euro che in percentuale rappresenta un più 40% determinato non dall’inflazione, dalla crisi o dal lievitare del costo del lavoro, ma semplicemente da una miriade di “affari illeciti” che girano intorno a qualsiasi operazione produttiva messa in campo nel Paese e finanziata con denaro pubblico. In tutto ciò l’aspetto più sconfortante è dato dal fatto che le cifre rilevate rappresentano circa 6 punti di pil, un costo aggiuntivo di circa 1.543 euro pro capite, frutto non di una mera ipotesi matematica, ma denunciato ufficialmente dalla magistratura contabile. Tutto avviene nell’indifferenza più totale perché nel Paese manca quasi completamente la consapevolezza che i costi sociali sono costi collettivi che sotto forma di nuove tasse si trasformano in costi per le famiglie e per le imprese. In poche parole la corruzione che crea vantaggi per pochi, ma affossa la nostra competitività e non produce occupazione di buona qualità, sostenendo la crescita esponenziale del lavoro nero, alla fine la paghiamo noi. Forse se riuscissimo a comprendere pienamente questo meccanismo saremmo un po’ meno indulgenti verso chi, vicino o lontano, si affida a tale prassi per gestire i propri affari. I servizi pubblici, l’assistenza sanitaria, lo stato sociale nel suo complesso, di cui tanto ci lamentiamo sono il prodotto non solo di sprechi dissennati, ma soprattutto della corruzione dilagante il cui costo non è meramente economico, così come le ragioni per combatterla non sono solamente etiche. Infatti un Paese come il nostro con elevati livelli di corruttela risulta essere fortemente frenato sul piano della crescita economica e quindi della ripresa. A nulla serviranno i sacrifici pesanti che oggi stiamo affrontando, sostenendo un peso fiscale che non ha eguali in Europa, se non sapremo con uno sforzo collettivo cambiare rotta, magari tralasciando le grandi dichiarazioni di principio e maturando la consapevolezza che chi raggira lo stato danneggia soprattutto noi.

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