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Nuraxi Figus (Sulcis). Perdere questa miniera è perdere una miniera di esperienza

Venerdì una delegazione della Carbosulcis a Roma

CAGLIARI – Sta per arrivare la terza notte per i minatori della Carbosulcis che da domenica sera sono asserragliati a 373 metri di profondità nella miniera di Nuraxi Figus. Ai primi quaranta se ne sono aggiunti altri ottanta tra i quali anche sette donne che hanno voluto raggiungere i loro colleghi.
Sono sufficienti poco più di quattro minuti e mezzo per scendere nella viscere della terra dove la temperatura, a differenza dei siti minerari estrattivi di ferro e galena, aumenta anziché diminuire. Nella miniera di carbone di Nuraxi Figus si lavora a una profondità di 600 metri, 500 sotto il livello del mare. La temperatura qui è di oltre 42 gradi, 100% di umidità, polvere ovunque ed è uno degli unici posti in Sardegna in cui i minatori continuano a lavorare. Il carbone Sulcis può essere un veicolo fondamentale per risolvere i problemi energetici sardi, ma la soluzione passa per la ricerca di un sistema di utilizzo del carbone a basso impatto ambientale: il cosiddetto “carbone pulito” che è osteggiato dalle lobbie e soprattutto dall’Enel. Ma i minatori non si fermano e contrattaccano ricordando che nella riservetta si sono quasi quattro quintali di esplosivo e detonatori che servono per demolire la roccia dura e d aprire nuove gallerie. E soprattutto rivendicano il diritto della conoscenza. «I minatori di oggi è tutta gente diplomata e laureata – ha detto una lavoratrice della Carbosulcis – Perdere questa miniera è perdere una miniera di esperienza».

I minatori, a cui sta dando il sostegno e la vicinanza fisica il deputato Mauro Pili, ex presidente della Regione Sardegna che da lunedì mattina si trova con loro nel sottosuolo, rivendicano lo sblocco del progetto di sviluppo del Sulcis già oggetto del Decreto del Presidente della Repubblica del 28 gennaio 1994.
Intanto l’occupazione continua con un presidio all’esterno e uno all’interno. Nei pozzi diversi minatori controllano le tubature dell’acqua per verificare eventuali perdite mentre una ventina di colleghi sono impegnati nella messa in sicurezza delle galleria. Tutto intorno alla miniera tra i cumuli di estratto si intravedono fiamme e fumo ed il pericolo di  autocombustione del carbone quando viene a contatto con l’ossigeno si fa sempre più pressante tanto da richiedere l’intervento con l’azoto.

Giù nelle gallerie si continua lottare attraverso in una sorta di assemblea permanente dalla quale è scaturita la decisione che alcuni minatori andranno venerdì a Roma per rappresentare al Governo ed al Parlamento le ragioni della serrata. La loro richiesta al Governo e’ chiara: va avviato il programma integrato miniera-carbone-centrale, cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica nel sottosuolo con un investimento da 1,6 miliardi, in buona parte assicurati dall’Unione europea. Il progetto è assolutamente sostenibile, e l’utilizzo del carbonio in questa modalità è del tutto compatibile da punto di vista ambientale.  minatori chiedono al Governo di sbloccare il progetto di rilancio della miniera con la produzione di energia pulita dal carbone attraverso la cattura e lo stoccaggio di Co2 nel sottosuolo.
In buona sostanza, una centrale elettrica sarà collegata direttamente alla miniera, cosa che permetterebbe di utilizzare il carbone estratto che non sarebbe più venduto all’Enel.
L’energia elettrica prodotta, sarebbe poi venduta alle aziende di Portovesme come l’Alcoa, a prezzi inferiori a quelli attuali. Tutto ciò con la creazione di 1500 nuovi posti di lavoro a fronte di un investimento di circa 200 milioni di euro l’anno per otto anni. Il ‘niet’ da parte dell’esecutivo nazionale segnerebbe probabilmente l’atto di morte delle miniere del Sulcis Iglesiente. Intanto fanno sapere i minatori «lo stipendio, arriverà fino a dicembre. Il dopo, per noi ed i nostri figli, è quanto mai incerto».

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