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Venezia biennale architettura. Greenhouse talk, dialogo tra oriente e occidente

VENEZIA (nostro corrispondente) Un   incontro, o meglio, un confronto, tra oriente e occidente. Tra la cultura progettuale occidentale e quella orientale.

Due diversi modi di pensare l’architettura si sono incontrati questa mattina nella splendida Serra dei Giardini, a Venezia, in occasione di Greenhouse Talk. L’evento, promosso dall’Ambasciata dei Paesi Bassi a Roma, con la collaborazione del MAXXI (Museo Nazionale delle arti del XXI secolo) e del NAI (Netherlands Architecture Institute), ha preceduto di un giorno l’apertura ufficiale della 13° Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia. Si è parlato di accessibilità, di edilizia abitativa, di abusivismo, di come stanno cambiando le nostre città – piccole o grandi che siano – e del rapporto che le persone hanno con esse.

E a parlare sono stati tre tra i maggiori architetti contemporanei: il cinese premio Prizker Wang Shu, l’indiano Rahul Mehrotra – docente alla School of Design dell’Università di Harvard – e l’olandese Francine Houben di Mecanoo Architects. A moderare l’incontro il responsabile dell’architettura del MAXXI, Pippo Ciorra.

Nelle quasi due ore di conversazione all’interno della Serra – costruita nel 1894 in ferro e vetro proprio in occasione dell’Esposizione Internazionale d’Arte – si è discusso, principalmente, del ruolo che l’architettura deve essere in grado di ricoprire nell’attuale scenario globale. E, specificamente, della collaborazione tra Est e Ovest come punto di partenza per lo sviluppo di una nuova architettura, capace di risolvere i conflitti della modernità e di mettere a punto nuove teorie urbane e architettoniche che siano in grado di affrontare le nuove sfide del mondo globalizzato.
“Oggi si pensa localmente e si agisce globalmente”, sottolinea Mehrotra. “E’ un fenomeno pericoloso, dovrebbe accadere esattamente il contrario”. E aggiunge: “E’ per questo che molti paesi dell’est o asiatici sono stati in questi anni una sorta di laboratorio per gli architetti occidentali. Hanno fatto cose che in Europa non avrebbero mai potuto fare”.
Un tema caro al premio Prizker Wang Shu, è, invece, quello dell’idea di città, e del suo sviluppo. “Stiamo perdendo le nostre città. Cerchiamo sempre il moderno, il nuovo. Ma che cosa rappresentano veramente? Rischiamo di costruire città fantasma dove si perde il senso di comunità, di vicinato. La città sta diventando individuale: non c’è relazione tra le persone che la abitano. Tutti ci sentiamo divisi”.
Città che hanno, poi, un altro grande problema architettonico: l’abusivismo. “Ogni nuovo lavoro è frutto dell’impazienza del capitalismo”, va giù duro Mehrotra. “In molti contesti urbani non è stata considerata a dovere, per esempio, la transizione politica e sociale dal socialismo (o dal comunismo) al capitalismo. E questo incide molto sul lavoro architettonico”.

In quest’epoca di (forse) eccessiva modernizzazione siamo “ossessionati dalla consistenza delle immagini”, continua l’architetto indiano. Un atteggiamento prettamente occidentale, ma che sta prendendo piede anche ad Est.

“Dobbiamo costruire per le persone”, dice convinta la Houben. “Il futuro dell’architettura è il suo ritorno alle origini”. Eccolo il punto di incontro, allora,  il Common Ground – tema di quest’edizione della Biennale – tra oriente e occidente. Il ritorno alle origini dell’architettura contemporanea.

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