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L’ottimismo di Monti non ci fa uscire dalla crisi. Una scena già vista

ROMA – Non basta l’ottimismo per far uscire un paese dalla crisi. Non ce ne voglia il premier Monti ma questa l’abbiamo già sentita e tutti sappiamo come è andata a finire.

L’Italia ha bisogno di ben altro, di una politica industriale che manca da oltre quindici anni, di investimenti, della redistribuzione della ricchezza, di lavoro e di occupazione per i nostri giovani. Di tutto questo non vi è finora traccia nelle dichiarazioni e nelle intenzioni del governo dei tecnici.C i ritroviamo piuttosto a contare i danni delle decisioni messe in campo in questi mesi.
La riforma delle pensioni – che per esplicita ammissione di chi l’ha ideata doveva servire a fare cassa e a creare posti di lavoro per i giovani – non ha fatto altro che alimentare le disuguaglianze e di posti di lavoro non ha creato nemmeno uno.
Il blocco della rivalutazione annuale delle pensioni sta, infatti, influendo pesantemente sui redditi da pensione, che sono già molto bassi e che da tempo non vengono adeguati al costo della vita.

Milioni di pensionati costretti a rinunciare alle esigenze primarie

Ci ritroviamo così con milioni di pensionati che sono costretti a rinunciare anche alle proprie esigenze primarie, con l’inevitabile crollo dei consumi.
L’allungamento dell’età pensionabile, invece, ci è stata presentata come la panacea di tutti i mali ma non sta di certo risolvendo il problema dell’occupazione giovanile.
Non siamo più soltanto noi a dirlo ma lo dicono tutte le ultime analisi socio-economiche.La disoccupazione giovanile, i licenziamenti e la crisi industriali aumentano anziché diminuire mentre un esercito di persone che hanno già lavorato per 40 anni sono state costrette dalla riforma Fornero a ritardare ulteriormente il proprio ingresso in pensione. Altri danni sono stati poi creati dalla riforma del lavoro, che a nessuno è piaciuta ma che è stata fatta lo stesso.

Di nuovi posti di lavoro non c’è  neppure l’ombra

Anche in questo caso di nuovi posti di lavoro non c’è nemmeno l’ombra.
Non ci voleva di certo una scienza tanto meno una laurea in qualche prestigioso ateneo per capire che sarebbe andata così ma ci è stato detto che chi si opponeva alle decisioni del governo non aveva a cuore il bene del paese.
Bisogna allora correre ai ripari. Per farlo è bene avere in mente quali sono le urgenze del paese perché forse l’Italia piacerà di più ai mercati, alla Bce e ai vertici europei ma i suoi problemi strutturali stanno ancora tutti là.

Le decisioni vanno prese ora e non domani

Che si cominci allora a parlare veramente di equità e di giustizia sociale. Si intervenga per riformare il fisco, per ridistribuire il reddito e per sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati.
Non si abbia più paura di pronunciare la parola patrimoniale e la si faccia davvero perché non se ne può più che a pagare siano sempre i soliti mentre i ricchi, gli evasori e i privilegiati non hanno ancora pagato nulla.
Il Presidente Monti ha dichiarato in queste ore che le sorti del paese sono nelle mani delle parti sociali.Vorremmo che fosse veramente così e ci viene da dire che forse il governo ha compreso finalmente di aver sbagliato nei mesi passati a prendere decisioni senza ascoltare mai il parere e i suggerimenti delle organizzazioni sindacali.
La nostra preoccupazione, però, è che in questo tempo di fine legislatura si parli di altro, di candidature, di alleanze, delle sorti di questo o di quel politico.
Per tutto questo non c’è più spazio perché la misura è davvero colma.
Le decisioni vanno prese ora e non domani. La politica è bene che lo capisca in fretta se non vuole rendersi responsabile dell’ennesima ingiustizia ai danni delle fasce più deboli del paese.

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