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Marchionne e Della Valle. Baruffe capitaliste. Volano gli stracci

ROMA – Marchionne contro tutti, un superman per non dire er Batman, parola ormai diventata indecente. Ne sa qualcosa la Polverini.

Non ammette critiche, l’arroganza è il suo brodo di coltura.  Attacca il ministro Passera, si scaglia contro Della Valle, ingiuria Camusso e Landini. Al  maglioncino girocollo  accoppia un linguaggio non propriamente signorile. Ormai è guerra aperta nel mondo dal capitalismo italiano. Attorno a Fiat ci sono molti interessi. Ai tempi del’avvocato, di Gianni Agnelli, fa quando la “famiglia” sbatteva le ciglia non si poteva far finta di niente. Vecchi ricordi, nostalgia di un capitalismo che man man mano diventava sempre più straccione, un punto di non rfitorno. Per le sue operazioni speculative Marchionne ha bisogno di avere via libera. I semafori rossi lo mandano in bestia. Il suo progetto è quello di trasformare Fiat in una specie di polipo con la testa a Torino ma i tentacoli, quelli che lo fanno muovere nell’acqua, sparsi in tutto il mondo, là dove  il lavoro è merce di bassa qualità, costa poco e ancor meno costano i diritti dei lavoratori. Non è un caso che i fondi esteri, americani, sull’onda del salvataggio di Chrysler con i soldi pubblici, si sono buttati come sanguisughe sul corpaccione di Fiat e oggi  ne possiedono il 10 % del capitale mentre sono arrivati al 13 di Fiat industrial. Già nel corso dell’incontro con il governo aveva avuto parole non proprio benevole nei confronti del ministro Passera. “Caro Corrado – aveva detto – so bene che le mie macchine non ti piacciono”. Poi le punzecchiature erano state una costante dell’incontro. Davanti  agli industriali torinesi,dopo la aver santificato la festa domenicale, ha sparato a zero contro il suo rivale preferito, il presiedente di Tod’s. Aveva parlato Diego Della valle di “dirigenti improvvisati” con chiaro riferimento chiamando in causa non solo  il manager ma Fiat.

Il patron di Tod’s: “La Fiat presa con le mani nella marmellata”

”Il mercato ha già spèzzato la vecchia logica dei patti di sindacato, accordi di blocco non di sviluppo  di strategie imprenditoriali italiane. I salotti buoni – proseguiva – non esistono più ma le persone serie provano imbarazzo a stare ancora dentro certe logiche. Questi improvvisati dirigenti ci vogliono raccontare perché non fanno automobili in Italia,ci si vuole prendere in giro con argomenti non convincenti”. Come morso dalla tarantola Marchionne parlando con una giornalista  la invitava a dire al “suo amico” che “non parliamo di gente che fa borse, io faccio vetture. Quanto lui investe in un anno in ricerca e sviluppo, noi non ci facciamo nemmeno una parte di un parafango. La smetta di rompere le scatole”.  “Risponda agli operai della Fiat non a me. La Fiat è stata presa con le mani nella marmellata perché se ne voleva andare, con gli uffici stampa che lavorano più degli uffici progettazione”. Alla Camusso dedicava parole. Ma lanciava una accusa bruciante: “Parla molto di diritti e poco di doveri.” Poi tentava di fare una lezione di politica industriale mostrando di essere a digiuno. Il segretario generale della Cgil non lo degnava neppure di una risposta.

L’Ad del Lingotto: Landini  è  in combutta con il nemico tedesco

Più spazio concedeva a Landini il quale aveva parlato del possibile intervento di  Volkswagen  per produrre le proprie auto. L’Ad del Lingotto si lasciava andare ad una sceneggiata applaudita dalla folla di padroni torinesi, come accadeva al tempo di Berlusconi quando dice “nio sono uno di voi”. Il segretario generale della Fiom veniva accusato, di fatto, di essere in combutta col nemico.”L’Alfa Romeo – afferma – non è in vendita. Non sarò certo io a deludere quelli che inneggiano a un intervento della Volkswagen. Per quanto mi riguarda do loro il benvenuto come produttori in questo paese e farò tutto il possibile per facilitare il loro ingresso. Ben venga uno stabilimento Volkswagen nel nostro Paese. Ma, a quelli tra voi che sono sul libro paga di Wolfsburg, chiedo gentilmente di ribadire  ai vostri proprietari tedeschi un concetto semplice e chiaro: l’Alfa Romeo non è in vendita.

Il manager italo-canadese si sfoga in piemontese

Ho pensato di dirvelo in piemontese per rendere efficace il senso di quello che intendo. ‘Monsu’ Piech, lassa perde, va cantè ‘nt n’autra cort'” (Signor Piech, lascia perdere, vai a cantare in un’altra corte, ndr). “Per raccontarvi tutta la storia – ha proseguito – sembra che Piech abbia detto che non hanno fretta e che per ora Fiat non è ancora abbastanza malconcia. Quando lo sarà, allora lui si prenderà l’Alfa.” “Le spacconate dei tedeschi – concludeva la volgare sceneggiata – non mi sorprendono”. Poi il richiamo al tricolore da parte del manager italo-canadese. “Quello che trovo stupefacente è che noi, in questo Paese, abbiamo perso ogni barlume di orgoglio nazionale”. “Se vogliono veramente concorrere vengano in un circuito di Formula 1 e poi ce la vediamo lì”. “L’Alfa non gliela do – ha ribadito -, che vadano a risolvere i loro problemi altrove”. Poi la ciliegina sulla torta: “La nostra non è una competizione politica, non siamo a caccia di voti, non organizziamo né partecipiamo a raduni elettorali o feste in maschera. Non siamo un movimento populista con baci, abbracci, foto di gruppo da Vasto. Soprattutto non esprimiamo opinioni su argomenti che non conosciamo”. “Siamo soltanto noi sui mercati, a gestire un rapporto ruvido e difficile”. “Non volevo intervenire oggi per non interferire, perché si rischia di rovinare la festa” ha premesso Marchionne. “Ma dopo aver letto i giornali di ieri ho chiesto qualche minuto per mettere qualche cosa in chiaro”. Gli stracci che ha fatto volare.

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