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Il paradosso della Regione Lazio

ROMA – Il grande paradosso di queste ore è che la ricostruzione di un’idea positiva, sobria, democratica della politica può partire dalla crisi di un’istituzione -la Regione Lazio- che è uno dei luoghi più torbidi, non solo negli ultimi tempi, del sistema italiano.

Le dimissioni di Renata Polverini e il prossimo scioglimento del Consiglio Regionale sono state ottenute, tutto sommato in pochi giorni, sulla base di un’indignazione popolare inarrestabile. Lo spettacolo osceno dello sperpero del denaro pubblico, e della sostanziale convinzione di impunità che unisce trasversalmente tutte le forze politiche le quali, in tempi di drammatici sacrifici e di spending review non hanno esitato a concedersi elargizioni e disponibilità finanziarie che non esistevano neppure nei tempi più bui -gli ultimi- della Prima repubblica, impone un radicale rinnovamento. Magari bastasse la terapia di Renzi -più giovani, da parte gli altri-: ma è lì il festino con i maiali, organizzato per un giovane neo-eletto, a raccontarci che quello che manca, a destra come a sinistra, non è tanto il rinnovamento generazionale (nei listini e nelle liste bloccate abbiamo visto anche nel Partito Democratico nominati e nominate in Parlamento portaborse, segretarie particolari, beneficiati/e dal capo di turno), ma è una cultura politica solida. Quanto sono da rimpiangere gli scontri politici e ideali, anche durissimi, tra comunisti e democristiani, fascisti e antifascisti, socialisti e liberali. La passione, la capacità di pagare dei prezzi di persona, lo slancio generoso, lo spirito di sacrificio. Ma davvero non è più il tempo di questi valori? E davvero, per la sinistra, chiamarsi e dirsi democratici vuol dire essere uguali agli altri, usare gli stessi linguaggi e le stesse parole? In queste convention politiche, con gli stessi colori e gli stessi slogan, non c’è nulla che crei entusiasmo: se non lo sperare che alla corte del nuovo capo, sorridente e rassicurante, da blandire e da adorare, ce ne sia per tutti. Da magna’ per tutti, come si dice a Roma.

Ecco perché Hic Rhodus hic salta. Qui è Rodi, qui devi saltare: ora il Partito Democratico deve dimostrare quali valori ci sono dietro quella parola, democratico. Demos, il popolo, il lavoro, la lotta ad ogni sfruttamento, il rifiuto dei privilegi, la partecipazione, il controllo dei governati sui governanti, e così via. E Rodi oggi dev’essere un grande movimento democratico di riforma della politica, che veda, come scrive giustamente Ernesto Galli della Loggia sul Corriere di oggi, come ci sia un grande vuoto culturale e morale nella politica di oggi, più forte in istituzioni come le Regioni (aspettiamo il coperchio che si può e si deve aprire altrove) che non sono sottoposte a controlli e a vincoli, e molte delle quali hanno interpretato la riforma della seconda parte della Costituzione come una dichiarazione di indipendenza.
Il banco di prova sarà la Regione Lazio e la qualità della risposta che si saprà dare. Cominciando dal non ricandidare più tutti coloro che hanno votato, condiviso, partecipato a quest’ultima spartizione.

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