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Vatileaks. A processo il maggiordomo del Papa. Ma potrebbe essere graziato

ROMA –  Alla vigilia della prima udienza, cresce l’attesa per il processo più controverso della storia recente della Santa Sede.

Alle 9.30 di sabato 29 settembre, nell’aula delle udienze del tribunale della Città del Vaticano, avrà inizio il dibattimento per il caso Vatileaks. Al tavolo degli imputati saranno seduti Paolo Gabriele, cittadino vaticano ed ex assistente di camera del Pontefice, e Claudio Sciarpelletti, cittadino italiano che lavorava in segreteria di Stato come tecnico informatico, entrambi rinviati a giudizio il 13 agosto scorso nell’ambito dell’inchiesta sulla fuga di documenti vaticani, finiti poi nelle mani del giornalista Gianluigi Nuzzi.
A difendere “il corvo” Paolo Gabriele sarà soltanto uno dei due avvocati che avevano iniziato a seguire il caso lo scorso maggio, Cristiana Arrù. L’altro avvocato, Carlo Fusco, amico personale dell’ex maggiordomo papale, ha abbandonato la difesa per divergenze sulle strategie da seguire in vista del processo.
Claudio Sciarpelletti sarà invece assistito dall’avvocato Gianluca Benedetti.
Il presidente del Tribunale vaticano chiamato a giudicare Gabriele e Sciarpelletti sarà il noto e stimato giurista Giuseppe Dalla Torre, al quale si affiancheranno i giudici Paolo Papanti Pellettier, e l’aggiunto Venerando Marano. A ricoprire il ruolo dell’accusa, come già nella fase istruttoria, sarà il Promotore di giustizia vaticano Nicola Picardi, mentre rimarrà fuori dal processo, in quanto giudice istruttore della prima fase dell’inchiesta, l’altro giudice vaticano, Piero Antonio Bonnet.

Come deciso dalla Santa Sede, il processo sarà pubblico ma solo un pool di otto giornalisti, appositamente sorteggiati tra i circa 70 che ne hanno fatto richiesta potrà assistervi: quattro fissi per tutte le udienze, in rappresentanza di ANSA, AP, AFP e Reuters, quattro a rotazione. Due posti a parte per “Osservatore Romano” e “Radio Vaticana”. Vietate riprese tv, foto e registrazioni audio.
Paolo Gabriele, è stato arrestato il 23 maggio in seguito al ritrovamento, all’interno della sua abitazione, di copie di documenti riservati provenienti dall’appartamento papale, di un assegno da 100 mila euro intestato a Benedetto XVI, di una pepita d’oro donata al Papa e di una preziosa edizione dell’Eneide del valore di circa mille euro. Dopo aver trascorso quasi due mesi nella cella della Gendarmeria, il 21 luglio scorso ha ottenuto la libertà provvisoria nel suo appartamento ed il 13 agosto ha ricevuto il rinvio a giudizio per furto aggravato, reato da lui stesso ammesso durante gli interrogatori. Anche Claudio Sciarpelletti, informatico della Segreteria di Stato, è stato arrestato a seguito di una perquisizione nella quale sono stati trovate però solo alcune buste indirizzate a Paolo Gabriele: rilasciato dopo 24 ore è ora imputato di favoreggiamento, a causa delle versioni contraddittorie da lui fornite ai giudici.
Nonostante le pesanti accuse, Gabriele rischia una condanna piuttosto mite che va da uno a otto anni di carcere, stando al codice penale in vigore nello Stato pontificio, quel Codice Zanardelli adottato nel Regno d’Italia dal 1890 al 1930. Inoltre, non è del tutto escluso che, al termine del processo e dell’inchiesta, Benedetto XVI possa concedergli la grazia.

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