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Corruzione“… io non perdono, non perdono e tocco!”

ROMA – “Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti, venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese.”

Recita così una celebre canzone di Francesco Guccini, intitolata Cirano, nella quale il cantautore bolognese denuncia, senza mezzi termini, lo squallore di una società sempre più in balia di vere e proprie bande di furbi e di corrotti che, infischiandosene di quello che accade loro intorno, fanno della truffa e dell’inganno una vera e propria filosofia di vita. Quello che deve far riflettere è che la canzone di Guccini è contenuta in un album pubblicato nel 1986, quindi 26 anni fa, che, tuttavia, tratteggia con lucido realismo e tragica attualità le vicende di un Paese, il nostro, che non solo dimostra l’incapacità di cambiare, ma che risulta sempre più corroso dal cancro del malcostume e del ladrocinio. Pensieri bigotti e moralisti di chi non riesce a farsi una ragione del fatto che in Italia anche le attività della malavita organizzata sono parte integrante del sistema produttivo nazionale e costituiscono quindi una sorta di Pil parallelo? No, direi piuttosto libere riflessioni di chi, pur amando profondamente questo Paese, spesso se ne vergogna ed è francamente stufo di fare finta di niente, magari allargando le braccia per convincere se stesso che quello che ci sta accadendo intorno è colpa di altri, dello Stato, della politica, dei malfattori, senza peraltro ricordarsi che lo Stato siamo noi, i politici stanno a quel posto perché noi li abbiamo indicati e, spesso, i disonesti continuano a rubare, perché noi abbiamo il timore di denunciarli.

E’ una battaglia persa in partenza quella di sognare che qualcosa cambi e che la coscienza dell’interesse collettivo torni a prevalere sull’interesse individuale? Se credessimo ciò sarebbe la fine di ogni sogno e di ogni prospettiva. Tuttavia, per vincere una battaglia occorre almeno avere il coraggio di intraprenderla non rimanendo silenti di fronte a quanto oggi accade quasi quotidianamente davanti ai nostri occhi. Quelle istituzioni che oggi pochi o tanti “balordi” e disonesti stanno demolendo sono le fondamenta irrinunciabili di una società moderna e civile che qualcuno, prima di noi, ha combattuto per costruire a rischio della propria vita. Non facciamoci soffiare il nostro futuro da “buffoni delinquenti” la cui inconsistenza e beceraggine appare evidente ogni qual volta qualcuno li trova con le mani nel sacco. Rialziamoci, guardiamo avanti, iniziamo ad aiutarci senza personalismi e ripicche perché da soli non arriveremo da nessuna parte, perché quell’ipocrisia e quel buonismo che spesso usiamo per difenderci finiranno per ucciderci. Diciamo basta all’omertà intellettuale che ci fa considerare normali comportamenti che in altri Paesi sarebbero oggetto di scandalo e riprovazione collettiva.

L’indignazione, intesa come sdegno, rabbia, risentimento verso qualcosa che è considerato ingiusto, immorale, riprovevole non è un concetto fuori moda, un vezzo anacronistico, ma un atteggiamento costruttivo per porre un argine concreto alla deriva del nostro Paese. Vogliamo chiudere con un segnale di speranza parafrasando ancora i versi di Guccini che di fronte alle brutture e alle ingiustizie che lo circondano non rimane indifferente e si ribella cantando: “Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!”.

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