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Sono in crisi? Faccio un debito e mi pago i dividendi

ROMA – La persistente recessione ha ridotto i mercati incidendo anche sui bilanci delle imprese e delle famiglie. Il costo del denaro vicino allo zero negli Usa e in Europa, tiene bassi i tassi di interesse delle obbligazioni e degli altri titoli. A seguito di ciò, da mesi molti fondi equity (quelli che investono principalmente in azioni), per poter remunerare i “capitali di ventura” che gestiscono, hanno sviluppato un forte appetito al rischio.

Stanno rilanciando in grande alcune delle più spericolate operazioni di ingegneria finanziaria.

Se le imprese non producono profitti, perché non fare dei debiti e poi utilizzare i soldi incassati per pagare lauti dividendi ai fondi equity- azionisti?

Tra queste, una delle alchimie più velenose è il “dividend recap”, cioè la ricapitalizzazione dell’impresa con emissioni di bond, gran parte delle quali destinata a pagare i dividendi.

Un’impresa normale e virtuosa di solito raccoglie nuovi capitali sul mercato attraverso il credito bancario, l’emissione di obbligazioni, ecc, per modernizzare i suoi impianti, per investire in ricerca o per far crescere la sua produzione e le vendite. Lo scopo evidente è quello di rendere meglio funzionante e più competitivo il suo sistema produttivo per aumentare la sua fetta di mercato e quindi anche i legittimi profitti.

In tal caso chi lavora nell’azienda potrà godere anche di un premio di produttività e gli azionisti potranno ricevere un dividendo in proporzione ai profitti fatti.

Il “dividend recap” è invece un modo per “truffare e inquinare” il sistema economico e distribuire profitti mai fatti.

Negli Usa, nel solo periodo gennaio-ottobre, sarebbero state  fatte circa  70 operazioni di “junk bond” che hanno dato artificialmente origine a oltre 30 miliardi di dollari di dividendi “allegri”. Certi analisti definiscono il 2012 come “l’anno dei dividendi”!

La novità è che le imprese che vi hanno partecipato non provengono tutte dai settori speculativi dell’economia. Per esempio, è stata coinvolta la più importante catena ospedaliera privata americana, la Hca Inc., con quasi 300 tra ospedali e centri di chirurgia distribuiti in una ventina di stati. Vi sono poi la Domino’s Pizza, che nei mesi passati ha acceso un nuovo debito per 1,675 miliardi di dollari “garantito” da derivati “asset-backed security”, la Booz Allen, una grande società di consulenza tecnologica, la Homeward Residential, che gestisce ipoteche immobiliari ed altre società.

Non è noto a tutti che queste imprese in passato, prima del 2007, furono oggetto di “leverage buyout”, furono cioè acquisite attraverso operazioni di finanza strutturata da alcuni fondi equity aggressivi. Essi, con un capitale di base limitato, usarono una elevata leva finanziaria di creazione di debito per portare a termine le acquisizioni.

In altre parole, certi fondi hanno acquistato società senza avere tutte le risorse proprie necessarie ricorrendo ad indebitamente attraverso la sottoscrizione di prodotti finanziari speculativi in derivati.

La “scommessa” su cui hanno puntato è stata la convinzione che l’acquisizione stessa avrebbe generato grandi profitti per ripagare anche gli impegni finanziari assunti e i debiti accesi.  

Ciò spiega, almeno in parte, il meccanismo di creazione dei junk bond emessi per pagare i dividendi. Non a caso sono chiamati titoli spazzatura, in quanto tutti conoscono il loro bassissimo rating.

Il quesito che si pone è: perché simili titoli trovano compratori? La risposta è molto semplice: spesso chi compra fa parte della rete di quei fondi equity che riceveranno i dividendi. Di solito per questi bond, dato il loro alto rischio, la società emittente è tenuta ogni anno a mettere a bilancio interessi alti da pagare, non meno dell’8-10%. Quindi per gli speculatori i benefici a breve sono tanti. Si scommette sul rischio di default o sul suo salvataggio grazie agli interventi pubblici.

Naturalmente vi sono anche i classici “polli da spennare”, cioè i normali risparmiatori ai quali viene offerto un titolo strutturato ad un tasso di interesse più attraente, nella cui pancia vi sono titoli solidi ma anche una parte di questi junk bond.

Ancora una volta quindi siamo di fronte agli stessi comportamenti irresponsabili e non sanzionati che hanno scatenato la grande crisi del 2008.

Operazioni di “dividend recap” stanno cercando di prendere piede anche in Europa, anche se, per fortuna, dei maggiori controlli le rendono più difficili.

In giro sembra esserci una gran voglia di “sbornia bond” nella speranza che “l’oste” non chieda mai il conto finale ai suoi clienti ubriaconi.

Come si vede certi fondi speculativi di private equity si pongono ormai ai margini del sistema finanziario. Sfruttano tutti i mezzi disponibili, le aree grigie e la mancanza di regole stringenti, tanto da diventare macchine di “distruzione economica di massa”.

 

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