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Ilva. Da ora a cascata iniziano i licenziamenti. 4mila posti a rischio

Il Cdm presenta emendamento interpretativo. Bonelli: “Il vero volto di quell’insostenibile ricatto tra salute e lavoro”

TARANTO –   L’Ilva di Taranto in una nota annuncia in una nota che «da ora e a cascata per le prossime settimane circa 1.400 dipendenti, appartenenti prevalentemente alle aree della laminazione a freddo, tubifici e servizi correlati, rimarranno senza lavoro». La decisione è legata al  no del gip al dissequestro dei prodotti giacenti sulle banchine. Ma non solo. La chiusura degli impianti avrà inevitabilmente una ricaduta occupazionale su altri impianti dell’Ilva coinvolgendo altri 2.500 lavoratori. Insomma in totale  quasi 4mila operai sono a rischio. Inoltre l’Ilva ricorrerà al tribunale del Riesame contro il ‘no’ del gip di Taranto L’azienda in una nota, evidenzia che al danno derivante dalla mancata consegna dei prodotti già ordinati e non rimpiazzabili, si aggiunge il danno relativo all’eventuale smaltimento di tali prodotti che sono deteriorabili.

Intanto  “il CdM ha deciso che il governo presenterà un emendamento ‘interpretativo’ al decreto ‘Salva-Taranto'”. Così una nota del ministero dell’Ambiente. L’Ilva potrà commercializzare quanto prodotto prima del dl.”Con l’emendamento -spiega la nota- si chiarisce che la facoltà di commercializzazione dei manufatti da parte dell’Ilva,riguarda anche quelli prodotti prima dell’entrata in vigore del decreto Salva-Taranto e attualmente sotto sequestro. Il ministro Clini presenterà domani mattina alla Camera l’emendamento governativo”.

La nota dell’Ilva
«Mancando la disponibilità di prodotti finiti e semilavorati (quali coils neri, lamiere e bramme) verrà del tutto interrotta la lavorazione verticalizzata a Taranto e negli altri stabilimenti ILVA e sarà necessario ricostituire da zero un nuovo parco prodotti lavorati e semilavorati», avverte l’Ilva. E «da ora e a cascata per le prossime settimane circa 1.400 dipendenti, appartenenti prevalentemente alle aree della laminazione a freddo, tubifici e servizi correlati, rimarranno senza lavoro. Il numero di questi lavoratori si andrà a sommare ai già 1.200 dipendenti attualmente in cassa Integrazione per le cause già note quali la situazione di mercato e le conseguenze
del tornado che ha investito lo stabilimento di Taranto lo scorso 28 novembre. Ma »non solo Si fermeranno poi a catena gli impianti ILVA di Novi Ligure, Genova Racconigi e Salerno, dell`Hellenic Steel di Salonicco, della Tunisacier di Tunisi e di diversi stabilimenti presenti in Francia nonchè tutti i centri di servizio Ilva, quali Torino MIlano e Padova, nonchè gli impianti marittimi di Marghera e Genova«. E »tutto ciò comporterà, in attesa di ricostituire la scorta minima per la ripresa dei processi produttivi, una ricaduta occupazionale che coinvolegerà un totale di circa 2500 addetti«.

Le ripercussioni maggiori – sottolinea l’azienda – si avranno a Genova e Novi Ligure dove nell`arco di pochi giorni da oggi, saranno coinvolte circa 1.500 persone (1.000 su Genova e 500 su Novi Ligure).

Insomma, il comunicato suona come una sorta di ricatto nei confronti dei lavoratori in un periodo di profonda crisi.
Come ribadisce il Presidente dei Verdi Angelo Bonelli: “Invece di annunciare quanti soldi impegnerà per risanare  Taranto dando lavoro a chi deve occuparsi delle bonifiche, l’Ilva, con un amministratore delegato ancora latitante su cui è stato emesso un mandato di cattura internazionale, annuncia il licenziamento di 1400 dipendenti. E’ questo il vero volto di quell’insostenibile ricatto tra salute e lavoro che da sempre stringe come in una morsa il futuro di chi vive a Taranto. Il destino dei cittadini di Taranto e dei lavoratori dell’Ilva non può essere messo nelle mani di chi detta condizioni al governo o alla magistratura che fa il proprio dovere”.

“Le istituzioni hanno il dovere di creare per Taranto un futuro in cui per lavorare non si debba sacrificare la salute propria e dei propri cari – spiega il leader ecologista -. Noi chiediamo alle istituzioni un piano di conversione industriale che porti fuori la città da un’economia alla diossina che provoca ‘malattia’ e ‘morte’, come dice la Procura”.
“La nostra proposta è quella di avviare bonifiche contestualmente un processo di conversione ecologica che consenta, anche attraverso l’istituzione di un’area no-tax, di attrarre investimenti italiani ed esteri e costruire un polo della ricerca e dell’innovazione tecnologica, Green Economy, delle piccole e medie imprese che collegata alla realtà portuale possa creare in città migliaia di nuovi posti di lavoro – conclude Bonelli -. Questo è l’unico modo per salvare salute e lavoro così come hanno fatto a Pittsburgh, Bilbao e nel bacino carbonifero della Ruhr in Germania”.

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