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Teatro Piccolo Eliseo. 456, tragicommedia sotto il segno del Sud. Recensione

ROMA – La firma di Mattia Torre è ormai da anni garanzia di qualità. È per questo che poco prima della messa in scena del suo 456  le voci degli spettatori dell’Eliseo in coda per entrare in sala ripetevano costantemente che dello spettacolo si aspettavano molto ma sapevano poco, se non che “ci stanno quelli di Boris”.

Ed è vero, almeno in parte. Perché chiunque conosca la fortunata serie tv non può non riconoscere sul palco due dei volti più celebri delle tre stagioni – e del film – che hanno irriso con intelligenza e sfrontatezza la mediocrità della fiction italiana: Massimo De Lorenzo e Carlo De Ruggieri, qui affiancati da Cristina Pellegrino e da Franco Ravera.
Di questo 456 colpiscono i dialoghi feroci – in un dialetto non-dialetto che astrae dal tempo e dallo spazio protagonisti e luoghi – e la scenografia essenziale: un tavolaccio di legno con tre sedie, tre mele, una bottiglia di vino, un salame appeso a mo’ di lampadario e un fornello su cui cuoce il sugo perpetuo messo a bollire dalla nonna defunta quattro anni prima: “fine cottura mai: l’anima de nonna riviv’ dint’o suc’”.
Tre protagonisti immobilizzati dentro un sud incapace di guardare oltre se stesso, circondato dalla paura e dalla morte, chiuso in una realtà fatta di colline, vento e cibo. Tanto cibo. Ovidio, Ginesio e Maria Guglielma, con le loro piccole e grandi fissazioni, vivono ciascuno la propria tragedia personale: il figlio che vuol lasciare la casa per andare a Roma ma si trova bloccato dal padre-padrone: “sappi che nella vita si poti solo sugnari…”, la madre che vive per la cucina e per una tiella prestata anni prima e mai più riavuta indietro, il padre che aspetta l’arrivo di un ospite d’onore che – forse – risolleverà le sorti di una famiglia unita solo nel segno della morte.
Sarà la violenza neppure troppo mascherata, saranno i riferimenti espliciti alle piccole e grandi contraddizioni della società – al punto che farsi prete per non pagare le tasse appare una soluzione più che logica: “sto per addiventare omo de semichiesa: l’ultima volta che pagai l’IVA sentii la chiamata” – o, più in generale, le battute feroci che i membri di una famiglia cattiva e disgregata si scambiano come fossero coltellate, ma 456 funziona. Funziona scenicamente, funziona a livello recitativo, funziona perché non annoia, funziona perché è originale, funziona per quel suo irresistibile grammelot che abbraccia l’Italia intera in tutta la sua miseria umana. Perché, come insegna il protagonista, Ovidio, “in stu paisi l’unica cosa che ha a serviri è ‘na degna sepoltura”.

456, di Mattia Torre
Con Massimo de Lorenzo, Carlo de Ruggieri, Cristina Pellegrino e Franco Ravera
Regia di Mattia Torre
Al Teatro Piccolo Eliseo fino al 6 gennaio

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