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Washington e Manila, una “rinascita”

ROMA – Un ritorno di fiamma tra due vecchi alleati (Washington e Manila) e un convitato di pietra (Pechino) che da lontano sbuffa e mette in mostra i propri muscoli.

L’incontro ai vertici di Stati Uniti e Filippine, tenutosi mercoledì nella capitale dell’arcipelago asiatico, ha avuto lo scopo di cementare i rapporti tra i due paesi in un momento di grandi tensioni per le nazioni della regione Asia-Pacifico, la cui stabilità è continuamente minacciata dalle schermaglie territoriali con il Dragone nel Mar cinese meridionale. Carlos Sorreta, alto funzionario del ministero degli Esteri filippino, ha dichiarato che i due paesi sono molto vicini alla conclusione di un accordo che aumenterà consistentemente la presenza di navi, truppe e portaerei Usa nell’ex colonia.
Un piano di esercitazioni congiunte della durata di cinque anni dovrebbe essere approvato entro questa settimana. Non è chiara l’entità della mobilitazione militare americana sull’isola, ma Pio Lorenzo Batino, vice ministro della Difesa filippino ha affermato che si sono tenute “importanti discussioni” sull’eventuale presenza armata di Washington nel paese del sud-est asiatico: “Non c’è stato ancora nessun accordo specifico” ha spiegato Batino durante una conferenza stampa “si è trattato di consultazioni politiche; i dettagli verranno stabiliti da gruppi tecnici di lavoro”.

Meno tiepide le affermazioni di Kurt Campbell, assistente del Segretario di Stato Usa per l’Asia Orientale e il Pacifico, il quale si è pronunciato sulle relazioni con Manila parlando esplicitamente di una “rinascita”.
I colloqui con l’alleato filippino coronano un periodo di rinnovato attivismo degli Stati Uniti in Estremo Oriente. Quel connubio di politica estera, economica e di sicurezza in salsa orientale -annunciato in pompa magna da Barack Obama lo scorso anno- che porta il nome di “Pivot to Asia”.
Pechino avverte l’assertività americana come una manovra di contenimento ai propri danni e diffida dalle nuove amicizie Usa nella regione. Soprattutto quando si tratta di paesi con i quali da tempo è ai ferri corti per via delle dispute pendenti sul Mar cinese meridionale. Vietnam, Brunei, Filippine, Taiwan e Malaysia hanno messo gli occhi proprio su quelle acque (racchiuso entro la ‘linea dei nove tratti’ che per il Dragone delimita la propria sfera d’influenza, sino quasi a lambire Singapore), crocevia di rotte marittime tra le più lucrose al mondo ed Eldorado di risorse naturali ed energetiche.

Allarmato forse un po’ per le recenti provocazioni dei cugini asiatici, forse un po’ per il progressivo spostamento delle truppe americane dal Medio Oriente a quello che considera il proprio giardino di casa,  Pechino è corso ai ripari. A poco meno di un mese dalla sua nomina a Segretario generale del Partito e capo della Commissione Militare Centrale, Xi Jinping, durante un’ispezione presso la guarnigione militare del Guangdong, sabato ha chiamato agli ordini l’Esercito popolare di liberazione spronandolo a portare avanti “i preparativi per una guerra”. Taciuta l’identità del/i nemico/i, il leader in pectore ha parlato di “modernizzazione” delle truppe, facendo eco a quanto già espresso dal presidente uscente Hu Jintao durante il Diciottesimo Congresso.

Per Washington il riavvicinamento all’ex colonia non dovrebbe destare le preoccupazioni della Cina.  Non ci sarebbe, infatti, in programma nessuna nuova base militare permanente: l’ultima è stata smantellata nel 1992. Trattasi piuttosto di un allungare la mano ad una popolazione sovente vittima di disastri naturali, come nel caso del il tifone Bopha che ha portato via oltre settecento vite.

Un funzionario Usa, citato dalla Reuters, avrebbe escluso un intervento americano immediato nel Mar cinese meridionale, ipotizzando piuttosto un rinvigorimento dei rapporti di sicurezza con gli amici di lunga data. Le controversie territoriali con la Cina dovranno essere risolte dagli stessi Paesi implicati. Magari grazie a quel Codice di condotta marittimo sul quale gli ultimi vertici Asean (l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico della quale Pechino e Washington sono ‘dialogue partners’ ) non sono ancora riusciti a trovare un accordo.

 

 

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