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Teatro dell’Angelo. “La dea dell’amore”: Woody Allen, dal cinema al teatro. Recensione

ROMA – Antonello Avallone Woody Allen lo rappresenta dal 1992. Una costanza che gli ha fatto guadagnare sul campo il meritato soprannome di “Woody Allen italiano”. Portare sul palco sceneggiature nate per il grande schermo non è semplice: “le inquadrature, la fotografia, i primi piani, sostengono la scrittura”, ricorda giustamente Avallone.

Eppure, a ben vedere, alcuni soggetti a teatro invece di perdere vitalità, ne acquistano: questa Dea dell’amore in scena al Teatro dell’Angelo sembra esserne la riprova.
Se un merito si deve ad Avallone, è certamente quello di aver saputo orchestrare una regia semplice e proprio per questo estremamente funzionale. I diversi piani spazio-temporali su cui si basa la sceneggiatura cinematografica sono rappresentati a teatro da una scenografia tripartita e illuminata all’occorrenza per condurre per mano lo spettatore da un luogo all’altro con immediatezza ed efficacia, o per riproporre flashback altrimenti di difficile resa scenica.

La dislocazione dei vari elementi del coro che dominano completamente la scena (e la sala) sia all’inizio che sul finale, avvolge il pubblico e lo coinvolge. I movimenti degli attori, i passaggi di luce, il dialogo puntuale tra coro e protagonista (presente anche nel film, ma reso naturalmente con altri strumenti e tempi), sono segno di una regia sapiente ed efficace, e di una certa “innovazione” rispetto all’originale.
Tanta fantasia ed originalità dimostra Avallone nelle scelte registiche, quanta aderenza all’archetipo in tutti gli altri elementi. Fin troppa, forse: dialoghi pressoché puntuali, nessuna innovazione nel carattere dei personaggi, e una quasi perfetta imitazione del personaggio di Lenny (movenze, postura, pause) persino nel tono di voce e nella cadenza, al punto che, chiudendo gli occhi, è quasi possibile sovrapporre la voce del protagonista teatrale con quella di Oreste Lionello, e immaginare di essere al cinema.
Ma la bellezza del teatro è proprio nel saper rileggere, perfino stravolgere un testo conosciuto, per vederlo rivivere sotto altre forme e trasformarsi in qualcosa di diverso, sconosciuto, mediato dalla fantasia e dalla visione soggettiva di chi lo porta in scena. L’imitazione pedissequa dell’originale – probabilmente in questo caso dovuta anche alla concessione esclusiva del testo da parte di Allen – rischia di far perdere molto della bellezza e della magia del teatro, anche quando – come per questa Dea dell’amore – il risultato finale è assolutamente ineccepibile.
Perfetta Ketty di Porto nel ruolo che fu di Mira Sorvino. Straordinari il corifeo Sergio Fiorentini, il coro greco e la Cassandra – Giusi Zaccagnini.

La dea dell’amore
Con Antonello Avallone, Sergio Fiorentini e Ketty di Porto
E con: Patrizia Ciabatta, Giusi Zaccagnini, Francesco Marioni, Michele Uliano, Silvia Vitale, Ivano Salamida, Daniele Di Matteo, Salvatore Rivoli, Giulia Di Nicola
Adattamento di Giorgio Mariuccio, regia di Antonello Avallone
Fino al 3 febbraio al Teatro dell’Angelo di Roma

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