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ROMA – La Francia ha rotto gli indugi della comunità internazionale e venerdi ha lanciato un intervento militare a supporto dell’esercito regolare del Mali.

Il presidente Francois Hollande, dalla base militare francese di Abu Dhabi, ha annunciato l’avvio delle operazioni e ne ha ben descritto il loro contorno: durata “fin quando sarà necessario” e contemporanea dichiarazione dello stato d’emergenza da parte del governo maliano.
Il che, come è molto chiaro, lascia ai francesi un amplissimo spazio di manovra.
La Francia rivendica dunque, ancora una volta, la sua influenza sull’area delle ex-colonie africane, esercitata comunque sempre dopo la loro indipendenza con una massiccia presenza economica e con una rilevante ingerenza politica. Sono moltissimi i casi in cui il consenso dell’Eliseo ha determinato o approvato cambi, anche violenti, di guida politica di quei Paesi.
La crisi maliana ha però delle caratteristiche differenti rispetto a quelle del passato: eccede, infatti, i confini del Paese e assume un rilievo continentale.
Già un anno fa, se non addirittura prima, il recentemente deposto presidente del Mali Cheick Modibo Diarra aveva dato a gran voce l’allarme di un’offensiva di gruppi armati trasversale nell’area centro-occidentale dell’Africa.
Gruppi che agiscono con modalità terroristiche e che sono cresciuti di potere e consenso, al punto di sfidare finanche il potere e l’integrità di uno Stato. Il Mali, appunto.
Gruppi che fanno riferimento a posizioni integraliste islamiche e a Al Qaeda, ma che spesso fanno leva su sentimenti fondamentalisti al solo scopo di attrarre consenso e aiuti materiali.
Gruppi, infine, che hanno ampiamente beneficiato dalla dissoluzione del regime libico del colonnello Gheddafi e che da quest’ultimo sono stati armati fino ai denti nel tentativo estremo di resistere all’attacco della coalizione internazionale.
L’area in cui agiscono, si nascondono e da cui sferrano i loro attacchi è quella fascia di territorio desertico e quasi inaccessibile a cavallo tra Niger, Ciad, Libia, Algeria, Mali e Mauritania. Territorio che ormai è quasi un’entità a sé stante rispetto agli Stati di cui è formalmente parte, sebbene l’eterogeneità delle milizie che lo controllano non le conferisca caratteristiche di unitarietà.
Nell’escalation delle azioni militari di questi gruppi, il Mali è stato l’oggetto dell’attacco più rilevante: le città del nord sono cadute in mano alle milizie integraliste, aprendosi la strada per la capitale Bamako. Secondo il colonello Oumar Dao, capo delle operazioni militari dello stato maggiore dell’esercito maliano, solo l’intervento francese ha evitato una marcia dei gruppi armati fondamentalisti sulla capitale.
La Francia, oltre a mezzi aerei e terrestri, sta dispiegando una forza di 2.500 militari, che affiancano le forze alleate nigeriane e senegalesi, già da tempo intervenute in soccorso del governo maliano. L’azione di Parigi ha già però creato un effetto domino: altri Stati africani stanno inviando rinforzi, gli USA hanno garantito un appoggio logistico, l’Onu sta per approvare nuove risoluzioni in merito.
I primi quattro giorni di intervento francese, con massicci bombardamenti delle città occupate, hanno già riportato le sorti del conflitto in favore delle forze regolari del Mali, sebbene le posizioni acquisite dai fondamentalisti non siano state ancora assolutamente scalzate.
La comunità internazionale sembra aver finalmente colto in tutta la sua drammaticità il fenomeno che sta accadendo in Africa nord-occidentale, i cui sviluppi sono ancora tutti da scoprire.

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