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La Tunisia nel caos. Dall’assassinio di Belaid alla voglia di cambiamento

ROMA – In Tunisia la tensione è ancora molto alta: in gioco non ci sono solo le sorti di un governo, ma quelle di un popolo, del suo futuro. A contrapporsi non formazioni o fazioni partitiche, né programmi in una ordinaria dialettica politica, ma due idee di Stato, società, economia.

Dal 6 febbraio, giorno dell’uccisione del leader storico dell’opposizione, Chokry Belaid, il Paese è a rischio di tenuta democratica.
Le manifestazioni dei giorni successivi all’assassinio di Belaid sono state violente e diffuse, fino all’oceanica partecipazione, stimata in oltre un milione e mezzo di persone, al corteo funebre dell’uomo politico.
L’orologio è tornato indietro al 2010, alle proteste di piazza contro il regime del dittatore Ben Ali, che di fatto hanno aperto la stagione delle primavera araba in tutto il nord africa e oltre. Anche stavolta i manifestanti, perlopiù giovani, hanno avuto come bersaglio il governo, considerato da più parti il mandante morale dell’omicidio di Belaid, e reo di aver creato un nuovo regime.
Vale la pena approfondire le questioni che stanno alla base della caotica situazione attuale e che costituiscono una prospettiva sul futuro della Tunisia.
Innanzitutto tratteggiando la figura di Chokry Belaid, un uomo del popolo, che ha fatto opposizione praticamente a tutti i regimi della Tunisia moderna e che ha permeato la recente rivoluzione tunisina delle sue parole d’ordine: liberta, diritti, uguaglianza, dignità.
Come hanno detto in molti in Tunisia dopo il suo assassinio, e come ha detto la sua compagna di lotta e di vita Besma, Belaid è stato un tunisino vero, uno che ha sempre avuto a cuore le sorti del suo Paese e del suo popolo, prima che di ideali o interessi di altra provenienza.
Il riferimento è sia all’appoggio occidentale di cui ha sempre goduto il regime di Ben Ali, sia al movimento islamista panarabo che sembra sempre più potente nel Paese.
Movimento che trova nel partito leader post-rivoluzione Ennahda, di matrice islamista moderata, il suo punto di contatto in Tunisia. Ennahda, spinta anche dal favore che la fratellanza musulmana sta godendo in molti Paesi della primavera araba, ha l’obiettivo di gestire una transizione democratica verso approdi moderati e di riscossa sociale.
Ma il cambiamento non si percepisce ancora tra la popolazione e le troppe ambiguità di Ennahda e del suo Primo Ministro Hamadi Jebali scontentano sia i moderati, sia i sostenitori del vecchio regime di Ben Ali, sia i salafiti che di fatto appoggiano l’attuale maggioranza.
Le voci su chi possa essere il mandante morale dell’omicidio di Chokry Belaidi si rincorrono, ma investono sia i nostalgici di Ben Ali che i salafiti, così come Ennahda, quantomeno tacciato di connivenza.
In questo caos, il partito stesso si è spaccato: il premier Jebali ha promesso alla nazione dimissioni del governo e incarico ad un esecutivo tecnico, ma il leader del partito Rashid Gannouchi ha subito sconfessato il “suo” Primo Ministro e bollato come anticostituzionale questa possibilità.
Ciò non ha fatto altro che infuocare le manifestazioni di dissenso, che non hanno però matrice fondamentalista da una parte, né anti-islamica dall’altra, semplicemente esprimono in maniera purtroppo incontrollata violenta l’insoddisfazione rispetto al governo a guida Ennahda.
Oltre un anno di decisioni ambigue, di incompetenza, di stop&go su temi fondamentali, sembrano aver tradito la spinta rivoluzionaria verso una nuova Tunisia. Una Tunisia di sviluppo, di equità, di progresso sociale.
Speranze che restano salde nella popolazione e che difficilmente tollereranno ulteriori tradimenti.

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