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Teatro Argentina. La serata a Colono di Elsa Morante. Recensione

ROMA – Dopo i Sette contro Tebe, l’Antigone, l’Edipo Re e l’Edipo a Colono, Mario Martone torna a rappresentare il mito di Edipo. Lo fa stavolta con Carlo Cecchi, Antonia Truppo e Angelica Ippolito, dando vita sulla scena a un testo complesso, visionario e surreale: La serata a Colono di Elsa Morante.

Rappresentato per la prima volta a teatro quest’anno, a trentacinque anni dalla sua pubblicazione, il testo è, per Martone, il “più inafferrabile e misterioso che abbia mai avuto tra le mani, indefinibile già nella forma, trattandosi allo stesso tempo di un monologo, un poema, una commedia, una tragedia, un melodramma, una drammaturgia da grande avanguardia del ‘900”. Ed è effettivamente così, tanto intenso quanto volatile, percorso dal lungo flusso di coscienza del protagonista, che prende corpo, a livello visivo e sonoro grazie alle luci e alla musica curate da Pasquale Mari e Nicola Piovani.
Il testo, contenuto ne Il mondo salvato dai ragazzini, è una rivisitazione moderna del mito di Edipo, non più esule nella Colono descritta da Sofocle, ma in un ospedale psichiatrico di una città sudeuropea. Una riflessione sulla vita e sulla morte, sul dolore e sul destino, che si struttura tra le pieghe dei deliri mentali del vecchio protagonista e dell’ingenuità della sua figlia adolescente. A fare da cornice sono gli anni ’60, tra i ricordi reali del vecchio e le sue mitomanie di sapore epico, che iniziano con un Febo persecutore e terminano con le Eumenidi portatrici di una tanto agognata dolce morte.
Se è difficile rendere la forza espressiva di un testo tanto volatile dal punto di vista narrativo – si pensi ad esempio, al Tabucchi di “Tristano muore”, con un protagonista immobile in preda ai deliri da morfina – ancora di più è presentarlo a teatro, dato un protagonista impedito nei movimenti e un coro che la Morante aveva immaginato composto da semplici “voci”. Qui il maggior merito di Martone: dare corpo a quelle voci creando una doppia scena. Sul palco, il protagonista e i suoi deliri; sotto, il coro, formato dai malati dell’ospedale che camminano tra il pubblico rispondendo a quei deliri ciascuno con la propria voce, il proprio passo, la propria follia personale. Ed è così – proprio come in quelle “avanguardie del ‘900” che Martone cita – che gli spettatori si trovano immersi in prima persona nel pieno della scena, in quella sorta di limbo mistico fatto di voci, immagini, urla, deliri e dolore che prendono corpo sopra e sotto il palco.
Ecco perché “La serata a Colono” è un’opera teatrale degna di questo nome: perché la forza scenica si manifesta nonostante i naturali impedimenti del testo, pure nato per il teatro. Perché la presenza fisica del coro rende omaggio in pieno allo spirito della tragedia greca. Perché l’ambientazione moderna, e ancor di più, il delirio di un uomo solo e decaduto, perseguitato da un destino che non ha scelto, potrebbe essere il delirio di ciascuno di noi.

La serata a Colono, di Elsa Morante
Con Carlo Cecchi, Antonia Truppo, Angelica Ippolito (e con Giovanni Calcagno, Salvatore Caruso, Vincenzo Ferrera, Dario Iubatti, Giovanni Ludeno, Rino Marino, Paolo Musio, Totò Onnis, Franco Ravera)
Regia di Mario Martone, musiche di Nicola Piovani
Al Teatro Argentina dal 30 gennaio al 17 febbraio 2013

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