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ROMA – Forse non tutti sono a conoscenza che, dal 12 gennaio scorso, le domande di pensione, di ricongiunzione, di variazione della posizione assicurativa e di alcune prestazioni creditizie e sociali vanno presentate non più tramite l’ente datore di lavoro, ma direttamente all’Inps (ex Inpdap) via web, tramite contact center oppure rivolgendosi a un Patronato.

La novità è conseguenza della legge 122/2010, che ha previsto, tra l’altro, il potenziamento dei servizi telematici degli enti previdenziali.
Iniziativa indubbiamente lodevole, ma che, all’atto pratico, come verificato dal Foglietto, richiede al cittadino una dose non indifferente di pazienza, per giungere al traguardo della presentazione dell’istanza, in particolare, nel caso in cui lo stesso cittadino decida di procedere on line, senza l’ausilio di soggetti esterni all’ente previdenziale, quali sono appunto i Patronati.
A questi ultimi – per inciso – viene destinato, siccome previsto dalla legge 30 marzo 2001, lo 0,226   dell’ammontare complessivo del gettito dei contributi previdenziali obbligatori incassati da tutte le gestioni amministrate dall’Inps, dall’ex Inpdap e dall’Inail, che si aggira attorno ai 400 milioni di euro annui. Ma torniamo al cittadino, che legittimamente vuole procedere da solo, da casa, senza perdite di tempo, evitando di sottoporsi a file estenuanti.
Innanzitutto, deve andare sul sito web dell’Inps e, prima di poter presentare ogni e qualsiasi istanza, deve richiedere, tramite mail, il numero identificativo personale (Pin), composto da 16 caratteri, che gli consentirà l’accesso ai servizi personalizzati.
Dopo qualche giorno, il cittadino riceve sul suo telefono cellulare o sulla sua mail soltanto i primi otto dei 16 caratteri.
Dopo qualche altro giorno, viene raggiunto presso la sua abitazione da una lettera dell’ente previdenziale, che gli comunica i restanti 8 caratteri.
Tutto finito, dunque? Macché.
Appena si prova a inviare, ad esempio, la domanda di pensione, viene chiesto di attivare la procedura di autenticazione del Pin, alla fine della quale viene comunicato un nuovo numero identificativo, completamente diverso da quello risultante dall’accorpamento dei due blocchi da 8 caratteri..
Bene, ci siamo finalmente? Magari.
Compilata la domanda di pensione, il cittadino ormai emulo di Giobbe, preme il tasto-invio.
Non ha neppure il tempo di completare il sospiro di sollievo, che vede apparire il seguente messaggio:
“Per inoltrare la domanda di pensione in oggetto occorre disporre del Pin dispositivo, nel frattempo la sua domanda verrà conservata per 30 giorni dal suo primo salvataggio; in tale periodo potrà richiedere la conversione del suo Pin seguendo le istruzioni disponibili sul sito o contattando il Numero verde: 800/105000. La ringraziamo per aver utilizzato il nostro servizio”.
In pratica, è necessario avviare un’altra procedura, con l’invio della richiesta del Pin dispositivo, per ottenere il quale è indispensabile inoltrare all’Inps una copia del proprio documento di identità.
Ma non poteva essere domandato al momento della primissima richiesta di codice?
Forse non ci avranno pensato.
Il cittadino, ormai stremato, cede ai suoi ferrei principi e decide di farsi assistere dal numero verde. Ma le sorprese non sono finite perché dall’altro capo del telefono, una voce su disco, molto cortese e suadente, fa presente che, per gli iscritti all’ex Inpdap, il servizio è in fase di perfezionamento.
Davvero troppo.

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