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ROMA – La normativa di protezione civile (PC) è sempre stata emanata in modo “reattivo”, in risposta ad eventi quali catastrofi, inchieste giudiziarie o mutamenti del quadro politico; c’è ormai bisogno di una riflessione complessiva sulla materia. Anche la recente legge n. 100/12 non risolve i rapporti tra le istituzioni coinvolte nell’erogazione di questo servizio e le loro rispettive funzioni e responsabilità e non tiene conto dell’odierna architettura istituzionale.

Essa nel ribadire che la PC è un servizio e che la sua natura è “concorrente”,  continua a declinare verticalmente una materia che invece è sussidiaria per legge quindi orizzontale, privilegiando l’asse stato regione: all’apice il Presidente del Consiglio, al quale si conferma la guida politica e la dotazione di un fondo e alla base il Sindaco, al quale, non sono assicurate risorse ma gli si attribuiscono unicamente le responsabilità. Sindaco che continua ad avere una scarsa incidenza politica sul proprio territorio, per l’interferenza di altre autorità non elettive. 

Noi pensiamo che occorra lasciarsi definitivamente alle spalle questa modalità di legiferare; non è più possibile che l’Italia, un Paese con ricorrenti eventi calamitosi,  non abbia ancora un ordinamento generale che eviti che a ogni calamità si re-inventi tutto daccapo. 

La normativa attuale ha anche delle grosse positività: riconduce nei giusti binari le attività di PC ponendo fine alla recente politica del fare, a quella struttura dei fini che attraverso la decretazione di urgenza aveva stravolto criteri metodi e procedure ordinarie minando alla base l’etica della responsabilità pubblica, e lo ha potuto fare proprio perché quella non chiarezza di ruoli consente un vuoto che provoca la deresponsabilizzazione della politica e dell’amministrazione pubblica. 

La legge 100/12, inoltre, impone il coordinamento degli strumenti di governo del territorio con la pianificazione di PC rendendo la programmazione preventiva di PC un’opportunità di crescita e di lavoro per il territorio.

Si preferisce usare il termine programmazione preventiva e non piano di PC perché questo evoca culture marziali che in questi ultimi 20 anni hanno condizionato linguaggi ma anche approcci e i metodi di pianificazione di PC. Cambiare nome significa passare dalla cultura dell’emergenza alla cultura del rischio espressione più alta di civiltà e democrazia, basata sulla partecipazione attiva dei cittadini, sulla democrazia deliberativa. Questo nuovo passo implica che nel processo pianificatorio partecipino non solo le strutture operative dello Stato, oggi grandi escluse dalla pianificazione, ma anche le parti sociali.

La programmazione preventiva come strumento di riduzione della spesa pubblica perché non possiamo più gestire le emergenze com’è stato fatto fino ora; solo le emergenze sismiche ci sono costate dal 1968 ad oggi una media di 4 miliardi di euro l’anno.

La programmazione preventiva a tutela delle attività economico-produttive; la piccola e medio impresa non può sostenere da sola un piano di continuità operativa ma la programmazione di PC può creare una catena sinergica tra le imprese e le istituzioni per realizzarla come pure può pianificare a priori un modello di soccorso a difesa delle filiere produttive.

La programmazione preventiva per proporre un nuovo modello di sviluppo perché la ripresa non passa per il nuovo mattone ma per l’adeguamento dell’esistente, possibilmente seguendo una politica del bello e di riduzione del rischio. Auspichiamo che queste politiche siano un’occasione per utilizzare i giovani e le imprese locali opportunamente riconvertite. Quindi programmazione preventiva come formazione per il mondo del lavoro che cambia.

Programmazione preventiva per proporre dinamiche di sicurezza e legalità nell’azione di PC per esempio le white list per l’emergenza e infine programmazione preventiva per tutelare l’identità dei nostri luoghi: pianificare a priori un modello di ricostruzione per evitare una seconda Monteruscello e per evitare che dopo due giorni dall’evento escano ordinanze che dicano che qualsiasi scelta fatta dal commissario delegato sia automaticamente variante del piano regolatore escludendo quindi il territorio dalle scelte che si fanno su esso… 

 

Continua…

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