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Una banca per lo sviluppo e bond per la crescita

ROMA – Per il nuovo governo le priorità sono chiare e non eludibili: crescita economica e occupazione. Del resto questo è stato un mantra da tutti ripetuto nella campagna elettorale. 

La sfida vera però è nei modi e nei tempi delle scelte.  Le ricette non mancano. Comunque, se necessario, si può trarre ispirazione da qualche recente iniziativa internazionale. Dopo un lungo periodo di paralisi politica, l’inizio del secondo mandato del presidente Barack Obama sembra dare qualche esempio di “good practice”. La Casa Bianca ha appena reso pubblico un programma in tre punti per investimenti nelle infrastrutture.  Il primo prevede un piano finanziario di 50 miliardi di dollari per riparare, rinnovare o ammodernare le infrastrutture nei settori dei trasporti. Sull’intero territorio statunitense ci sarebbero infatti  circa 70.000 ponti che richiedono urgenti interventi di riparazione.

Il secondo punto prevede la creazione in tempi brevi di una Banca Nazionale per le Infrastrutture al fine di raccogliere e mobilitare capitali pubblici e privati e sulla base dei quali emettere obbligazioni per la ricostruzione dell’economia reale. Il terzo aspetto mira ad una immediata semplificazione delle procedure burocratiche per far sì che i progetti possano realmente partire in tempi brevissimi e così avviare il motore della ripresa e dell’occupazione.  

Sono politiche che anche noi, modestamente, abbiamo più volte proposto e sostenuto.  D’altra parte è arcinoto, e anche empiricamente provato, che la semplice e più facile politica di rigore e di austerità provoca un avvitamento del sistema economico ed industriale abbattendo produzioni, posti di lavoro, livelli di vita, consumi e disponibilità di bilancio. Alla fine ci si ritrova con un debito pubblico accresciuto ed in un processo recessivo che porta alla depressione economica.

Cambiare marcia è una necessità. Se per le banche si sono mobilitate risorse pubbliche perché ritenute troppo grandi per essere lasciate fallire, oggi occorre capire che l’economia reale è troppo importante per le popolazioni per essere lasciata fallire. 

Per noi l’economia reale deve venire prima della finanza. Almeno le sia dato lo stesso trattamento riservato alle banche piene di titoli tossici, perché l’economia reale è la struttura vitale di ogni paese e di ogni società. Negli ultimi anni la mancanza, per esempio, di un adeguato sistema di protezione ambientale e di tutela e di controllo dei nostri territori ha più volte causato, a seguito di piogge e inondazioni, danni enormi alle infrastrutture, nelle campagne e nelle città. Tali danni rappresentano anche un abbattimento del cosiddetto Pil. Però esso non viene correttamente calcolato in quanto per il Pil si calcola soltanto ciò che si produce e non si considerano i valori materiali e umani eventualmente distrutti. L’esempio americano in linea di massima potrebbe essere seguito anche da noi. Gli interventi più urgenti, necessari per riparare le infrastrutture e mettere in sicurezza il territorio, sono conosciuti e tanti. 

Se per salvare il Monte dei Paschi di Siena si sono messi in campo in tempi straordinariamente veloci ben 4 miliardi di euro, perché la stessa tempestività non potrebbe esserci in altri settori decisivi per l’economia e l’occupazione?  Da decenni purtroppo abbiamo perso l’idea giusta di sviluppo, che non è semplicemente incremento di produzione di beni ma è anche e soprattutto innovazione, modernizzazione, ricerca  ed infrastrutture efficienti. Tutti settori che richiedono mano d’opera qualificata. Abbiamo liquidato tutte le istituzioni atte a promuovere lo sviluppo, come lo erano stati, con tutte le loro manchevolezze, la Cassa per il Mezzogiorno e l’IRI.

Se non si vuole creare una specifica “Banca di sviluppo”, si potrebbe affidare questa mission alla Cassa Depositi e Prestiti. Sarebbe necessario prendere alcune significative proprietà dello Stato già individuate, ed eventualmente una parte delle riserve auree nazionali, non per venderle, ma per metterle a capitale di base al fine di emettere “obbligazioni per lo sviluppo”. 

Se tale decisione fosse adottata con la dovuta celerità e trasparenza, secondo noi, non sarebbe difficile motivare e coinvolgere il capitale privato, delle assicurazioni o dei fondi pensione, e anche il risparmio dei semplici cittadini.

Naturalmente anche lo snellimento burocratico e la rivisitazione delle procedure amministrative e fallimentari sono indispensabili per rendere effettiva l’accelerazione degli investimenti da parte degli operatori privati e degli enti pubblici. 

Qualora tale politica fosse praticata sia a livello nazionale che europeo si potrebbero attuare anche i tanto discussi eurobond da finalizzare al finanziamento di opere e progetti relativi alla ripresa e allo sviluppo. 

Purtroppo la decisione dell’ultimo Consiglio europeo va in altra direzione. Per la prima volta nella storia dell’Europa si riduce il bilancio comunitario di 34 miliardi di euro nel periodo 2014-2020, dando un messaggio politico estremamente negativo ai cittadini europei che vivono in gran parte in condizioni di difficoltà e di incertezza per il loro futuro e per quello della stessa Unione europea.

 

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