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Quirinale. I giorni neri della democrazia

ROMA – Franco Marini ha una storia onorata e non meritava di essere esposto ad uno scontro inutile e perdente. Quando il Movimento 5 Stelle ha preso in prestito candidature prestigiose liberaldemocratiche e della sinistra e le ha inserite nella sua rosa di nomi per la Presidenza della Repubblica è apparso chiaro che la divisione si poteva trasferire dal suo interno allo schieramento di centrosinistra.

Insistere con altre candidature del centrosinistra, per di più sottoposte al vaglio del gradimento di Berlusconi, non poteva che fare molto male alla loro immagine, per il solo fatto di essere gradite alla destra con la conseguenza di aprire ferite profonde nel centrosinistra stesso.
La candidatura per la Presidenza della Repubblica ha assunto, piaccia o non piaccia, il carattere dello spartiacque tra un Governo di larghe intese, comunque costruito e imbellettato, e un Governo di cambiamento, ancorchè di minoranza, al limite con compiti limitati e con provvedimenti di legge contrattati in parlamento.  
La scelta di una candidatura concordata con il Pdl, è stata un errore. Il Presidente della Repubblica ha un altro significato istituzionale. Il suo compito non è modificare il corso della storia ma svolgere un ruolo attivo di presa d’atto della volontà dei cittadini elettori ed è fuori di dubbio che nelle ultime elezioni politiche è emerso un durissimo segnale di critica alla rappresentanza politica esistente. Il risultato straordinario del Movimento 5 Stelle è dovuto largamente all’insofferenza per la rappresentanza politica, per la sua incapacità di offrire soluzioni alla crisi, per il suo deterioramento etico.
Di fronte ad un segnale di questa forza insistere su scelte e riti del passato significa inevitabilmente rafforzare l’ondata antipolitica, che è già abbastanza forte da bloccare il sistema politico, come è evidente.
Tuttavia una via d’uscita, per quanto complicata, potrebbe esserci. Basterebbe guardare con occhi sgombri alle proposte del M5S per capire che una parte dei nomi proposti c’entrano poco con il Movimento, che infatti è andato in prestito perché non può vantare nomi altrettanto prestigiosi. Per di più dopo la rinuncia dei primi 2 candidati (Gabanelli e Strada) resta in campo una prima candidatura di grande prestigio personale e giuridico come quella di Rodotà. Non solo.
Se al limite anche Rodotà non raggiungesse il quorum per essere eletto, ci sarebbero altri candidati possibili e degnissimi come Prodi e Zagrebelsky, anch’essi presenti nella rosa del M5S. In grado di offrire una buona soluzione per la Presidenza della Repubblica.
Dal voto convergente su personalità come Rodotà non deriva automaticamente la possibilità di dare vita ad un Governo. Né è oggi possibile dire se potrebbe essere un Governo per alcuni obiettivi e quindi per un periodo breve. Oppure a più lunga prospettiva. Certo è che la convergenza su Rodotà potrebbe, ad esempio, portare alla conferma dell’incarico a Bersani per tentare di formare un Governo. Non è detto che Bersani ce la faccia, ma il tentativo sarebbe ancora possibile, in un clima più disteso.

Se invece dovesse risultare eletto un Presidente dalla convergenza tra Pd, Pdl la possibilità di Bersani di formare un Governo sarebbe pari a zero perché ha sempre detto di non volere presiedere un Governo di larghe intese, l’unico che potrebbe sorgere da questo esito.

Quindi paradossalmente un Presidente eletto con il gradimento di Berlusconi segnerebbe comunque la fine della possibilità per Bersani di formare un Governo. Mentre la convergenza su Rodotà, o su altri nomi come Prodi o Zagrebelsky, potrebbe consentire a Bersani un tentativo di formare un Governo tentando un aggancio del M5S sulla base di questo risultato, o almeno di guidare la soluzione della crisi suggerendo lui stesso un’altra candidatura.

L’obiezione è nota: da parte del M5S non c’è affidabilità. Vero: non ci sono tutte le garanzie. Tuttavia va detto che Berlusconi è un campione mondiale di inaffidabilità, come dimostrano non solo la storia italiana di questi venti anni, ma anche il giudizio severissimo sul cavaliere in Europa e negli Usa che vedono il suo rientro in gioco come il fumo negli occhi. Affidarsi per l’ennesima volta ad un accordo con Berlusconi assomiglia da vicino ad una volontà suicida da parte del Pd, reduce dall’esperienza di un anno e mezzo di Governo Monti che dovrebbe avere insegnato qualcosa.
 

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