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Mafia. Dl ritirato sul concorso esterno. Saltato accordo su presidente Giunta

ROMA – Alla fine il ddl sul concorso esterno in associazione mafiosa è stato ritirato dopo una rovente giornata.

Giornata surriscaldata
La maggioranza dapprima aveva rinviato la decisione sull’ineleggibilità di Silvio Berlusconi al Senato, ma le fibrillazioni sono continuate sui temi della giustizia. La settimana scorsa il Pdl aveva riproposto una riorganizzazione della materia delle intercettazioni che ricalcava le proposte della legislatura precedente. Oggi, sempre in commissione giustizia al Senato, un disegno di legge chiedeva una modifica del codice penale che renda più soft le pene relative al concorso esterno in associazione mafiosa. Tra l’altro: una riduzione delle pene e in particolare dimezza gli anni di carcere dagli attuali 12 anni ad un massimo di 5, e niente carcere per chi fornisce ospitalità o vitto ai mafiosi. Qualcuno ha fatto notare che si trattava di rivedere le norme in base alle quali Marcello Dell’Utri ha avuto guai con la giustizia.
«Noi non siamo d’accordo su questa impostazione. È una materia molto delicata e questo è uno dei punti su cui non c’è accordo. Abbiamo una nostra proposta», tuona il capogruppo Pd in commissione Giustizia al Senato, Felice Casson. Quanto al fatto che la norma sia già stata battezzata ‘salva-Dell’Utrì, l’ex magistrato risponde netto: «I tempi saranno talmente lunghi che non salveranno assolutamente Dell’Utri». D’accordo la Lega: «»Mai e poi mai sosterremo un testo che propone di dimezzare la pena per concorso esterno in associazione mafiosa anzi, ci opporremo con durezza«, avverte Nicola Molteni, capogruppo del Carroccio in Commissione Giustizia a Montecitorio. Per Sel parla semplicemente di »vergogna« Francesco Forgione, di Sel. Si tratta della seconda battaglia della giornata combattuta a Palazzo Madama. La prima era stata quella sulla potenziale ineleggibilità di Silvio Berlusconi, causa il suo essere titolare di concessioni. A sollevare il problema Luigi Di Maio dell’M5S. Per lui, per risolvere la faccenda, »è sufficiente
applicare la legge«. Il che, nella sua interpretazione, vuol dire riconoscere l’ineleggibilità. Poi però Nitto Palma, ex ministro guardasigilli ora presidente della commissione giustizia del Senato, aveva avvertita: »È certo che sarebbe una cosa di non poco conto e che porterebbe problemi per il governo«. Risultato: la giunta per le elezioni doveva riunirsi oggi, invece tutto slitta »a data da destinarsi« su richiesta della maggioranza.
Anche perchè Pd e M5s inciampano su un ostacolo non di poco conto sulla strada di un possibile dialogo: il disegno di legge che, su proposta del Nazareno, escluderebbe qualsiasi movimento (quindi anche i grillini) dalle elezioni. Giallo nei palazzi della Politica e dintorni: Grillo dal suo blog annuncia che il Pd ha rinunciato, il Pd dice che non è assolutamente vero. E così il mistero è continuato, fino al ritiro della legge in questione.

Saltato anche  l’accordo sul presidente della Giunta per le Elezioni e le immunità del Senato
Ma questa non è stato l’unico inghippo della giornata politica. Infatti, è saltato anche  l’accordo sul presidente della Giunta per le Elezioni e le immunità del Senato. Un intoppo che rischia di rallentare ulteriormente anche la soluzione per altre due presidenze di organismi di garanzia, quindi destinate alle opposizioni: il Copasir che controlla i servizi segreti e la Vigilanza Rai. La partita è una sola, e si risolverà, dicono Pd e Pdl, la prossima settimana. Lo schema sul quale si è lavorato finora in Parlamento era Giunta alla Lega, Copasir a Sel e Vigilanza (con Roberto Fico) al Movimento 5 stelle. Ma le cose non sono andate secondo le previsioni.

La Giunta del Senato, che in prospettiva dovrà decidere anche – ma ci vorranno mesi – sull’ipotetica ineleggibilità di Silvio Berlusconi – era convocata alle 14, ma pochi minuti prima in conferenza dei capigruppo il presidente del Senato Piero Grasso ha accolto la richiesta di un rinvio, formulata dalle forze di maggioranza. «Una forzatura», ha commentato Vito Crimi del Movimento 5 Stelle. Seccato anche Roberto Calderoli della Lega, che ha accusato in aula la maggioranza di volersi scegliere il presidente «più gradito».
È stato il Pd, spinto dal senatore ed ex magistrato Felice Casson, a mettere il veto sull’elezione del leghista Raffaele Volpi, contestando la legittimità del Carroccio come forza di opposizione (quindi titolata ad assumere la presidenza di un organismo di controllo), dal momento che si è astenuta sia alla Camera che al Senato sulla fiducia al Governo. «Devono mettersi d’accordo – ha spiegato – M5S e Sel». Un accordo non facile, visti i rapporti tesi fra i due gruppi. I 5 stelle vorrebbero la presidenza per l’avvocato siciliano Mario Giarrusso, e hanno provato oggi con Sel un approccio last minute. Respinto dagli uomini di Nichi Vendola sulla base della considerazione che «non si possono fare accordi con chi chiede tutto». Per il Copasir il candidato stellato è il capogrppo Vito Crimi.

Per la Giunta del Senato Sel un candidato ce l’avrebbe: Dario Stefano, dirigente industriale, non proprio un ortodosso di sinistra dato che la sua carriera politica affonda le sue radici nella Margherita. Ma da tempo il vero obiettivo dei vendoliani è il Copasir e il loro candidato è Claudio Fava, ex europarlamentare, sul quale, raccontano fonti parlamentari, ci sarebbe però un veto del Quirinale. A Strasburgo fu responsabile dell’inchiesta europea sulla pratica delle ‘renditions’, i sequestri di persona di presunti estremisti da parte dei servizi segreti statunitensi, e quindi la sua nomina sarebbe sgradita, a dir poco, a Washington.
«Ci dicano pubblicamente perché non va bene Fava», dice un dirigente di Sel. «È un problema interno loro», dice un parlamentare dal Pd, «qualunque altro loro candidato passerebbe senza problemi». La soluzione per ora non c’è, anche se una frase sulla presidenza della Giunta che spetta alle opposizioni «per prassi», pronunciata oggi dal presidente del Senato Piero Grasso nel corso della capigruppo a qualcuno ha lasciato intravedere altri scenari, addirittura la minaccia di una soluzione di maggioranza. Interpretazione che però che non ha trovato conferme da altre fonti presenti alla riunione. Tutto rinviato, quindi, ad un migliore «affinamento» degli accordi, come ha chiesto Grasso ai gruppi parlamentari.

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